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http://www.petizionionline.it/petizione/le-saline-di-san-ferdinando/5976

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In questi ultimi anni, nei quali ci siamo abituati agli sbarchi degli ormai innumerevoli gommoni, stracarichi di disperati, sulle coste pugliesi prima e di Lampeusa  poi, si é andata sviluppando, nel nostro Paese, l’idea che per gli italiani, popolo cattolico ed accogliente, l’integrazione razziale e culturale, fosse una cosa non solo possibile, ma addirittura facile. Alcuni personaggi della politica, nazionale o locale, hanno dato conto ad ogni problema o dramma sorto contro gli immigrati, nella loro giurisdizione,  e che mai si sono visti atti di razzismo della popolazione indigena, contro i nuovi arrivati. Bisogna invece che tutti noi s’impari a leggere la realtà quotidiana, con una lente differente da quella usuale. Questo ci permetterebbe di comprendere meglio quello che sta accadendo nella nostra società e nel mondo. Il punto di vista da cui guardare non può essere solo quello del nativo residente, é, necessariamente, anche quello dell’emigrante. Se proviamo a guardare le nostre comunità da questa finestra, ci appaiono chiare molte cose che sembrano invisibili: Quando in un comune o città, arrivano un certo numero di emigranti, si formano quasi subito due associazioni: una degli immigrati per non sentirsi persi, l’altra dei cittadini sensibili ai problemi ed allo smarrimento di questi per aiutarli ad inserirsi. Tutte e due, queste organizzazioni, sono solo il risultato, di una incapacità della nostra società, di recepire ed inglobare in sè, i nuovi cittadini. Se ci trovassimo davvero in una società aperta all’accoglienza, nessuna di queste associazione avrebbe motivo di nascere.

In queste organizzazione succede qualcosa che non viene percepito, nella sua reale gravità, come un segno di isolamento dalle persone che ne fanno parte. I migranti organizzati in associazioni, altro non fanno che rinchiudersi in se stessi, perpetuando in continuazione la loro  nella giustificata convinzione di non smarrire la loro cultura. Nella associazione dei cittadini che tentano un lavoro solidale, di supporto e di apertura alla integrazione dei nuovi arrivati, cresce a vista d’occhio, il distacco dalla società intorno ( che rimane stagnata alle infiltrazioni) e vengono isolati da ciò che prima li circondava: la società di cui facevano parte. In questa situazione si vengono a trovare gli attori dei matrimoni misti: spesso diventano atomi solitari, in movimento tra le cellule differenti eppure di appartenenza. Bisognerebbe avere la conoscenza dei numeri a sostegno di questa mia tesi e penso che i municipi ce li abbiano, ma se questi dati non diventano patrimonio di conoscenza e riflessione dei comuni cittadini, restando utili solo per le statistiche Istat, non aiutano certo a comprendere meglio la situazione. Tuttavia, diventa difficile non rendersi conto che oggi esistono nel nostro Paese, migliaia di associazioni che riproducono quotidianamente iniziative culturali per i propri associati, e basterebbe frequentare le loro manifestazioni per poter contare pochi, isolati casi di infiltrazioni razziali, comunque imparentati. Questo è il segnale che mi convince ancora oggi, dopo oltre mezzo secolo di vita da emigrante, residente in un posto non ancora del tutto suo, che l’unica cosa che fa dialogare i nuovi cittadini a quelli preesistenti, sono i cartelli messi negli ingressi comuni dei palazzi che invitano i nuovi arrivati a non fare rumori di sopra, a chiudere le porte degli ascensori e a non far giocare i bambini nei cortili. Tale e quale agli anni sessanta del secolo scorso. Voi direste che abbiamo fatto qualche passo avanti sul tema dell’integrazione? A me, sinceramente, non sembra!

E’ in questo clima di isolamento che nasce una terza pericolosa forma di associazione: invisibile ma diffusa nel territorio e nella testa di molta gente. Una associazione che sembra non esistere, ma che produce convinzioni razziste e leghiste anche in chi non è nè l’uno nè l’altra cosa, ma che è pronta a scattare ogni volta che una comunità si sente minacciata dal diverso. Questo è avvenuto nel caso della ragazza di Torino che si disse violentata da due zingari ai quali quattrocento razzisti hanno subito bruciato l’accampamento, questo minaccia di diventare la reazione dei neri a Firenze dopo che un pazzo ha sparato su cinque senegalesi, uccidendone due.

La celerità con cui si è mossa la polizia è stata pari a quella di quei 400 bastardi razzisti si sono organizzati per dare l’assalto al campo nomade e darlo alle fiamme. Una vicenda quella della ragazza della Falchera che impressiona e ci deve condurre ad alcune riflessioni, evitando di farci addolcire la pillola dalle dichiarazioni del sindaco Fassino: “Torino non è razzista e lo ha dimostrato già dagli anni ’60 con l’accoglienza di centinaia di migliaia di immigrati, provenienti dal sud Italia.”

Già, caro compagno Fassino, Torino ha proprio dimostrato allora che città chiusa e razzista fosse! Con quanta grettezza si è speculato sulle “disgrazie”(?) della gente del sud affittando catapecchie e mansardine o garages a prezzi da alloggi signorili, escludendo gli italiani nel loro paese dalla vita pubblica, rendendo impenetrabile fino al ’80 l’accesso a certi posti di privilegio, a disposizione di immeritatamente di cognomi indigeni. Una città aperta userebbe scivere sulle carte d’identità “trasferito” e non “immigrato“, quanto meno per un cittadino italiano in Italia. Una società chiusa continua ad usare il titolo trasferendo la parola “immigrato“, e non migrante, da padre in figlio, facendolo ereditare alle generazioni nate e cresciute qui. Una persona emigra, signor sindaco, é un emigrante quando parte. Quando arriva, dovunque arrivi, è un residente, non un immigrato a vita.  Una società aperta cancella la parola immigrato quando scrive residente. Una città che divide i suoi abitanti tra residenti (nativi) ed immigrati, non fa integrazione seriamente. Eppoi, nonlo dica lei se Torino era accogliente e tollerante, lo chieda a chi stava dall’altro lato, coloro che dormivano a Portanuova e sulle panche ai giardini reali lo sanno meglio di lei, quand’era aperta Torino.

Come si può pensare di modernizzare (nei fatti) il Paese adeguando (in questo sì, ci piacerebbe) l’Italia al resto del mondo, dando la cittadinanza italiana ai figli degli emigranti nati nel nostro paese, se qui si catalogano e “studiano” le seconde e terze generazioni? Come non capire che se sulle persone nate in un territorio, ci sono cose “particolari” da studiare e da catalogare, é perchè l’integrazione( mai tentata dai nativi) é stata fallimentare da circa un secolo?

Rimanendo nella traccia di come é stata presa la “sciocca invenzione di una sedicenne” che ha provocato il dramma dei nomadi della Cascina Continassa, salvati solo dal preavviso  degli abitanti della Falchera (questi si migranti e solidali), non si riflette su quello che davvero è accaduto domenica: Una sedicenne ha fretta di “essere donna”, fa sesso con un UOMO, non col fidanzatino, e s’inventa quello che solo uno stupido razzista può trasformare in “una sciocchezza di una ragazzina timorosa della sua famiglia”. Poichè tutta la cortina fumogena alzata su questa storia, non ha permesso di chiedersi:” Ma…se la ragazzina può essere compresa, come mai quel deficiente, dopo aver fatto sesso con la ragazza, non sia saltato fuori a smentire subito la versione pericolosa della fanciulla? Lui non ha sedici anni e non ha la famiglia che lo vuole mantenere vergine quindi, perchè non farsi avanti con la polizia che indagava sullo “stupro”? Se la ragazza voleva un UOMO per il suo trapasso a donna, ne ha trovato proprio uno di quelli esemplari che ha immediatamente mostrato tutta la sua tempra! E se, fantasticassimo per un attimo…e se invece la storia degli zingari stupratori, fosse stata suggerita proprio da cotanto UOMO, come si potrebbe più inquadrarla in “una sciocchezza inventata da una ragazza impaurita “…? Ma lasciamo questo capitolo alle riflessioni che ognuno potrà fare da sè, chiediamoci invece com’é possibile invece che quattrocento scalmanati razzisti e delinquenti, possano partire dallo stadio, dopo la partita, arrivare al campo nomade e dargli fuoco senza che la polizia, sempre così folta durante le partite, non si sia accorta di cosa stava succedendo?com’é possibile che in una città “…accogliente e tollerante…” come la giustifica il sindaco Fassino, ci siano quattrocento (400) persone che incontrandosi allo stadio si chiedono tra loro: ” Voi che fate nel dopopartita? Niente? Andiamo a dare fuoco al campo nomadi? Così gli facciamo vedere se uno di loro tocca più una di noi!!

Il problema é serio e grande, proprio perchè sottolinea la mancata integrazione di chi, arrivato in questa città da mezzo secolo ormai, è ancora ritenuto uno spregevole zingaro da tenere ai bordi della vita, prima ancora di quelli della città.

Non è solo Torino che rende difficile una integrazione reale anzi, a Torino abbiamo l’assessore Curti che in questo suo impegno, versa molte energie ed intelligenza e bisogna riconoscerle grandi successi, é che l’integrazione non é una cosa che si fa solo per proclami o nei palazzi, l’integrazione vera va guidata e non solo “tollerata”. Per questo Fassino, prima di parlare ci dica quando è stata l’ultima volta che ha fatto visita ai suoi cittadini abitanti del campo nomade della Continassa.

Si ricordi , signor sindaco, che in quelle quattrocento persone non c’erano immigrati, presenti in tanti nelle assemblee che si stanno facendo per l’Italia sulla raccolta firme per la cittadinanza ai bambini nati nel nostro paese, ma c’erano cittadini nostri, italiani ai quali il nostro impegno sull’integrazione non é arrivato. Su questo credo ci sia da riflettere e terreno su cui misurarsi ed impegnarsi.

Per rendersi conto di quando affermo provi a leggere il link che segue, interessante la data sulla busta che ho ricevuto. Si renda conto che non c’é molto lavoro fatto alle spalle.  http://it.paperblog.com/la-testa-e-la-pancia-533518/

la cittadinanza agli italianisto pensando al fatto che per far parlare della cittadinanza ai bambini che nascono in Italia, sia dovuto esplodere il Presidente della Republica e non il buon senso delle persone di fronte ad una ingiustizia palese. Coloro che nascono non debbono conquistarsi il diritto, lo hanno in quanto nati! Noi stiamo facendo qualcosa non per farglielo ottenere, ma per battere una a legge sbagliata che impedisce l’esercizio di questo sacrosanto diritto.

 Il  mio amico Sidi Samb è tornato dal Senegal ed insieme a tante cose da raccontare, ha portato la storia di questa Bambina che rischia di diventare cieca, ha chiesto il nostro aiuto ( non è una cifra impossibile da raggiungere per Natale) per la ragazza e, mi piace supporre, per tutti noi, sarebbe un bel regalo. Chi può aiutare ricordo l’Iban della associazione sul quale effettuare i versamenti It84BO33596768451030001506 – grazie

 

 

 

Ciao Fernandoo.

Questa ragazza (foto in allegato ) che ho incontrato nel villaggio di Ndoffane in Senegal si chiama Rocky Ndiaye. Ha 13 anni e frequenta la scuola pubblica del villaggio. Ma adesso è vittima di una cataratta ( malattia nei occhi) e non riesce a vedere bene come una volta. Suo padre è anziano senza nessuno reddito. I diagnosi dell’occhilista stabilito a Dakar sono precisi: Lo stato di sanità delle occhi di questa ragazza necessita un’intervento chirurgo per togliere la cataratta altrimente sta per perdere la vista e sarà cecca a breve. Il vice Sindaco del Comune mi ha contattato per inoltrare sua richiesta di aiuto alle Associazione umanitarie.

In fatti, la richiesta consista nella presa in carica delle spese di cierca €500,00 in due rate cioè €250 la prima trimesta e €250 la seconda trimesta. E dopo, se possibile, studieremo la possibilità di inserirla nel programma di sostegno a distanza permetandola di proseguire sanza difficoltà gli studi.

Grazie. Sidy

Il vento racconta…

Anno 2010

Era patrimonio di tutto il paese, nel bene e nel male da oltre un secolo e mezzo aveva costruito le vecchie auto a benzina per tutti i ceti sociali dando lavoro a tante famiglie italiane, aveva sì passato periodi di stasi, se non di vere e proprie crisi, ma aveva sempre trovato in se stessa e nei suoi creativi ingegneri e disegnatori, la capacità di tirare fuori nuovi modelli, nuove soluzioni tecnologiche che gli permisero di superarli.

Poi vennero le DOUMAKE MOBIL cinesi a idrogeno, che invasero il mondo e la Fiat entrò in una discesa a vortice.

S’avvitò su se stessa e, nonostante i tanto copiosi quanto inutili finanziamenti profusi a sostegno del settore dai vari governi di quell’epoca, dopo un po’ fu presa l’amara decisione: la fabbrica sarebbe stata chiusa.

Le multinazionali e le finanziarie del settore delle costruzioni si buttarono sull’area preparando progetti per la distruzione del vasto immobile che era stato Mirafiori e per la costruzione di un’intera città al suo posto.

I plastici messi in mostra nel 2006, durante lo svolgimento delle olimpiadi invernali di quell’anno, al concorso indetto per la destinazione dell’area, erano uno spettacolo: parchi e fontane, garage sotterranei e a diversi piani completamente automatizzati, negozi stellari d’una casa americana di cibo precotto che aveva invaso il mondo con le sue porcherie fritte e rifritte in oli di chissà quale natura e le nuove sale per il cinematografo interattivo, l’ultima invenzione tecnologica, che si proiettava direttamente sull’aria e che permetteva allo spettatore di entrare in scena con il ruolo che si sceglieva.

Progetti fantastici e bellissimi.

Ma la quinta lega di Mirafiori, la gloriosa sede del Sindacato dei metalmeccanici dalla quale erano partite tutte le battaglie dei lavoratori per tutti quei centocinquanta anni di produzione dell’auto, si opponeva allo smantellamento degli impianti e della fabbrica ritenendola una struttura di proprietà dello stato e dei lavoratori.

Vecchie incrostazioni mentali derivanti dai sindacalisti bolscevichi del secolo precedente, che però intanto stavano impedendo l’inizio dei lavori alle grandi ruspe da tempo pronte sui piazzali.

Il fronteggiarsi della polizia privata delle multinazionali della NUOVA COMPAGNIA MONDIALE DEL CEMENTO e degli occupanti era sfociato più volte in veri scontri a fuoco con proiettili di gomma per ora, ma tutti si aspettavano che l’incrudirsi della crisi sfociasse, prima o poi, in un dramma.

Il dibattito sull’uso dell’area e delle strutture della vecchia fabbrica coinvolgeva tutti i cittadini della nuova S.U.d’E., gli Stati Uniti d’Europa, la nuova Confederazione Europea da poco nata in contrapposizione allo strapotere degli U.S.A. e al tentativo di questi di annettersi l’intero globo sotto la bandiera a stelle e strisce. Fu ad un concorso scolastico nelle scuole di una provincia dell’ultimo Stato che era entrato a far parte dell’U.E., la Romania, che ad una bambina fu assegnato il primo premio per il suo svolgimento al tema che era stato dato in tutta Europa nella ricorrenza del Giorno Della Terra: “COME USERESTI L’AREA ED IL TERRITORIO DELLA FIAT DI TORINO?”

La piccola Rebeca, la più giovane di tre sorelle, frequentava le seconda media. Figlia di una coppia rumena emigrata a Madrid, appena l’apertura della frontiere permise di scorrere liberamente aldiquà dell’ex cortina di ferro, alla gente di quegli Stati affamati per mezzo secolo dallo Stato occupante: la Confederazione Sovietica e i servi che governavano quelle Nazioni. Fame tagliente come la falce e dura come il martello di cui si fregiavano le bandiere degli oppressori.

Rebeca era una donnina dagli occhi neri come la pece e vivi come due stelle. A lei divertiva molto quello che stava avvenendo a Torino e lei ed alcune sue amiche avevano cominciato a scommettere sui vincitori della prossima battaglia. Le giornate di studio erano lunghe e a casa doveva svolgere i suoi compiti di pulizia insieme alle sorelle. Per non far assopire la sua fantasia, aveva cominciato a raccogliere ingenue scommesse tra i suoi compagni di scuola. La lotta tra operai e milizie era forse l’unica notizia divertente o, almeno, una delle poche e le sarebbe spiaciuto che queste smettessero, perciò lei proponeva che nei giorni di festa e nei fine settimana, nelle vacanze estive e quelle natalizie, fossero organizzate delle vere e proprie battaglie per i cittadini che volessero arruolarsi nelle milizie private e quelli che si schieravano da parte delle tute blu e, con proiettili di vernici, ci si combattesse nei meandri delle officine tra i torni e le presse.

Chiaro che alla domenica pomeriggio, dopo aver contato i “morti” dell’una e dell’altra parte, si premiassero i vincitori.

La sua idea stupì il mondo adulto e gli “amici del quartierino economico” pronti a trasformare in plus-valore anche la bava di una lumaca, ci si buttarono a pesce. L’investimento richiesto era praticamente vicino allo zero e si potevano usare i cassintegrati pagati dalla comunità con la scusa di lavoro socialmente utile, per i COMITATI DI VIGILANZA e di ACCOGLIENZA e PREMIAZIONE.

Nel duemilaotto fu dato il via al primo combattimento sperimentale, erano nati i club delle CAMPAGNOLE, le vecchie jeep prodotte nel lontano 1945 dalla Fiat per la SECONDA GUERRA MONDIALE e, bardati con le vecchie tute mimetiche i miliziani e con le vecchie tute blu gli operaisti, si era aperta la caccia.

I primi, ed anche i più feroci combattimenti, furono quelli tra i veterani del Sindacato e quelli della vecchia Confindustria. Si diedero la caccia senza sosta per quarantotto ore, solo al suono della sirena, ripetuto ben tre volte allo scoccare delle dodici della domenica, furono interrotti i combattimenti e decretata la vittoria dei Confindustriali, premiati con un numero pari alle vittime di pupazzetti di plastica fluorescente in tuta blu, con i quali qualcuno cominciò ad ornare la DOUMAKE con la quale viaggiava in settimana.

La cosa aveva preso piede così bene che, spesso, erano costretti a rifiutare le prenotazioni. Arrivavano da ogni parte del mondo. Intere comitive venivano fermate sui piazzali davanti a Mirafiori da dove erano state definitivamente spostate le ruspe gigantesche con le quali si pensava di demolire. Si erano organizzati nei parcheggi dei quartieri generali di combattenti omogenei i quali, nell’attesa che arrivasse il proprio turno di poter guerreggiare, si esibivano con musiche e cibi, in manifestazioni tradizionali proprie che facevano arrivare su quei luoghi altrettanta gente ad ammirare le danze scozzesi con le loro cornamuse, o le guardie svizzere del Vaticano con le loro alabarde, l’Armata Rossa che si esibiva in numeri circensi e gli emigranti rumeni, che si portarono la piccola Rebeca come mascotte, accampati nel glorioso stadio Filadelfia (quello del GRANDE TORINO caduto sulla collina di Superga). Il settore si sviluppò completamente nel duemilanove, quando arrivò a Torino il giorno dei Presidenti. Da tutto il mondo, tutti i presidenti di tutte le Nazioni, si iscrissero nelle Milizie e combatterono per un’intera settimana, in occasione di un ponte lungo per la festa della Madonna in mezzo a due domeniche, contro operai arrivati anche loro da ogni parte del mondo tranne che dai paesi ancora coinvolti in guerre vere. Da loro preferivano giocare alla pace tra un combattimento e l’altro. Oggi in questo settore sono occupati a tempo pieno oltre centocinquantamila persone tra servizi di pulizie, manutenzioni, infermieri e altri ruoli meno affollati, ristorantini, birrerie e le lavanderie ad esempio: l’indulto!

 

Perché la Casa può fallire?

Perché qui ognuno ci è arrivato con quello che era, con la sua storia individuale, credendo di poter riscuotere un credito per quello che aveva fatto nella vita, e non impegnandosi per mostrare quello che era ancora capace di fare, di dare. Ognuno si è seduto intorno ad un tavolo ed ha messo sul piano “io sono”…e non era neanche vero, perché il verbo giusto era già al passato. Nessuno si è posto, alla nascita della Casa, come allo starter di una nuova occasione, di un nuovo impegno. Da lì ognuno cominciava senza alcun credito, solo con la possibilità di dimostrare a se stesso, di aver acquisito la capacità bastante per essere tutto quello che era stato, ma non solo quello. In queste condizioni, la Casa fallirebbe anche se restasse interamente intatta come alla nascita. Cristallizzata in una sorta di addizioni di storie del passato che chiedono, sul viale del tramonto, un riconoscimento alla vita e agli altri. Una riscossione allo sportello della vita, di quello che credono di avere depositato e che non gli è mai stato riconosciuto. Ora, è vero che nessuno può chiedere ad altri di non essere quello che è, ma nessuno dovrebbe essere solo quello che é. Non qui, non nella Casa dei Popoli. È lampante sin dall’inizio, dalla propria adesione, che qui si viene ad abitare se, partendo da quello che si è, si ha voglia di dimostrare che si può ancora essere altro. Pur continuando ad essere quello che si è in ogni altro luogo. Ogni associazione che ha aderito alla fondazione della Casa, è rimasta viva in quello che era. Non si è sciolta. Dovrebbe, quindi, continuare ad essere quello che era e fare le stesse cose che faceva a nome della sua associazione. La Casa dei popoli avrebbe il ruolo di dare, perfino una mano, nella realizzazione di obbiettivi propri di ogni associazione partecipante, senza doverne chiedere le ragioni per cui un obiettivo viene perseguito in un modo o in un altro. Se non si comprende questa opportunità, quello che i costituenti hanno dato a se stessi e agli altri con la fondazione della Casa dei Popoli di Giaveno, allora questa può fallire per implosione, cadendo su se stessa rovinosamente. Solo perché nessuno prova a mettere in questo contenitore, qualcosa di suo, ma spreca le sue energie a fermare quello che un altro ci mette col suo impegno, sulle proprie gambe, e solo perché non sarebbe stato sdoganato dalla previa approvazione di tutti.

Perché potrebbe crescere

Potrebbe apparire incredibile, ma per lo stesso motivo che la farebbe fallire, la Casa dei Popoli potrebbe avere un impeto di crescita enorme e contagiosa. L’avevamo già verificato sugli inizi della nostra attività: avevamo suscitato la curiosità di Comuni ed istituzioni limitrofe, i quali ci chiedevano un incontro, un confronto per poter comprendere le nostre idee, le nostre iniziative. Solo la nostra incapacità di trovare energie e volontà di poter soddisfare questa richiesta ci ha impedito di raccogliere il consenso che aveva creato l’azione di pochi impegnati sul territorio. Avigliana, Sangano, la stessa Coazze, sono occasioni perse dalla nostra insufficienza, non da mancata volontà di altri. Limpida ed esemplare la accettazione di un confronto della casa dei Popoli del Comune di Settimo Torinese, la quale sollecitata da noi aveva preparato un incontro verso la fine di settembre per verificare le possibili sinergie da mettere in atto. Quindi noi avevamo letto bene la realtà che ci circonda, e non avevamo costruito uno spumone, bensì avevamo azzeccato la diagnosi e la prescrizione medica. Solo che stiamo facendo morire l’ammalato, lasciando i luoghi in cui viviamo in uno stato di prostrazione maggiore a quando abbiamo iniziato, poiché le nostre diatribe si svolgono su come e a che ora, l’ammalato deve prendere le medicine, non sulla validità delle stesse.

I torti di chi “ha fatto”

“Chi fa può sbagliare” si sa da sempre, mentre chi non fa e sta come un falchetto a cercare i lati oscuri in cui mettere le opere degli altri, viene assolto dalla sua assoluta inettitudine dai suoi simili che nulla possono mettere sul piatto del confronto con chi ha fatto. Sembra drammatico che possa capitare che chi fa è condannato da un nucleo di inefficienti scansafatiche ai quali non viene rimproverato il loro non agire, ma diventa un valore aggiunto non aver fatto niente, solo perché la loro azione si sviluppa virulenta all’interno del territorio preferito: quello delle chiacchiere intorno ad un tavolo. La motivazione degli osteggiatori che vogliono bloccare i “lavori di chi costruisce la Casa” è che non tutte le operazioni da questi svolti hanno ottenuto, ha volte non richiesto, il “permesso di azione” di tutti i componenti della casa stessa. A prescindere che metà di coloro che espongono queste resistenze non sono mai stati neppure tesserati alla Casa, o non ne hanno mai ratificato la loro adesione pagandone la tessera, il capo mandatario di un simile drappello é un individuo che si giustificava a fine giugno, di una assenza lunga nel tempo per motivi di salute della sua consorte, a luglio per vacanze non presentandosi ad agosto a niente altro che non fosse un complotto al buio. Il quale in rotta di collisione con chi faceva si era primo autosospeso e poi aveva dato le definitive dimissioni dalla carica di segretario della Casa, per tornare, recuperato da una individuale decisione del presidente Allais, a mettere sotto accusa chi aveva fatto “senza che lui sapesse”. Sembra infantile chiederselo, ma siamo costretti a farlo per non lasciare zone d’ombra nel nostro discorso: abbiamo detto che le associazioni che hanno dato vita alla Casa, non si sono sciolte e che, nel voler operare come associazione, possono farlo senza chiedere il permesso a nessuno della Casa, quindi? Se coloro che hanno operato come “Casa”, avessero cercato una affermazione personale, l’avrebbero trovata proprio se avessero agito come tali! Hanno apprezzato il loro tempo, le loro risorse, in nome della Casa dei Popoli( e solo per la loro azione la stessa è stata riconosciuta dal territorio, e vengono messi sotto accusa per “aver cercato fama personale?” Bestiale vero? Già! Ma scendiamo di un gradino per ragionare dal punto di vista dei detrattori: “ hanno fatto tutto da soli, senza comunicare niente agli altri.” Per quanto chi fa sempre sbaglia ma intanto fa, chi fa a nome di una associazione a chi ha il dovere di comunicare l’intenzione di fare? Sembra di giocare con i bambini, ma diamoci questa chanche, ognuno è bambino quando fa per la prima volta una cosa nuova. All’interno di una associazione, chiunque ha una idea fattiva, ha il dovere di comunicarla al responsabile della stessa. A colui che risponde della legalità della sua funzione, del rispetto della democrazia interna alla stessa associazione: al presidente. Il nostro (haimè) presidente, è stato informato di ogni cosa fatta, di come sarebbe stata fatto e di quando. Alle mail di invio ci sono altrettante mail di risposta e di conferme di condivisione dell’obbiettivo. Da qui in poi, chi era responsabile di dover informare gli altri membri dell’associazione? Di ogni iniziativa esistono volantini affissi che portano la firma del presidente, foto che ne testimoniano la partecipazione, lettere di stima per gli obiettivi centrati. Come è possibile che non si tenga conto di questo? Come è possibile che lo stesso presidente non abbia ritegno di attaccare “la mancata condivisione delle proposte e degli obbiettivi?”

e quelli di chi ha solo accumulato il tempo

A noi sembra quindi, che coloro, che all’interno di questo arco di tempo in cui la Casa vive, hanno operato, lo ha fatto a proprie spese e che grazie a questo si sia costruito una immagine della Associazione attenta e capace di accorrere in aiuto di chi, in stato di bisogno, non ha tempo per affezionarsi alle scartoffie e la burocrazia. Ci pare di poter dire senza paura di essere smentiti che chi ha operato lo ha fatto con la condivisione e l’approvazione del presidente. Che poteva farlo sotto la denominazione di appartenenza senza dover rendere conto a nessuno, ma ha scelto di farlo in nome e a favore della Casa. Che il presidente ne era informato tempestivamente con meticolosità e rispetto e quindi, non è possibile non ritenere che l’attacco che subisce è strumentale e finalizzato solo ed unicamente alla distruzione della stessa associazione. La convinzione di quello che diciamo ci deriva, oltre che dalle cose fin qui prese in esame, dal fatto che Luciano Allais non è parte di nessuna della associazioni fondatrici, e che ha ricevuto espressa richiesta del promotore e candidato alla presidenza della Casa, attualmente il vicepresidente, unicamente per garantire una funzione di limatura degli spigoli e delle diatribe solo intuibili, al parto di una simile esperienza. Un garante proprio per le componenti che ne costituivano l’ossatura, questo e niente altro. Bisogna invece prendere atto che una volta insediato, ha fatto diversamente di quanto richiesto, ergendosi a tutore della Casa solo in quanto giudice, non garante. Esponente di talune associazioni contro altre, coltivando rapporti e riunioni personali non espletate, non richieste e all’oscuro degli altri componenti del direttivo. Difatti la sua condotta è fallimentare sotto il profilo della funzione di pacificatore, fallimentare sotto il profilo di garante del rispetto dei ruoli in quanto il primo attacco al vicepresidente è stato proprio prodotto dal presidente, fallimentare in quanto a capacità di iniziative in quanto ha solo goduto di costruzioni altrui, fallimentare in quanto se all’interno della Casa chi non ha fatto altro che inficiarne la stessa esistenza, gode della sua stima, al contrario di chi lo ha portato sugli scudi di ogni suo intervento, è chiaro che il presidente Allais persegue una via tutta sua che porterebbe alla chiusura della casa. Incomprensibile rimane il fatto che chi non condivide il percorso e l’indirizzo preso dalla Associazione, anche se non ci ha rimesso un centesimo, non ha speso una goccia di sudore, non se ne vada semplicemente, ma chiede a chi l’ha fatta nascere, coltivata e cresciuta, di dovergliela cedere. Se non fosse per farla morire per che altro sarebbe? Per queste cose dette e che possono essere testimoniabili, chiedo che Luciano Allais, si dimetta dalla carica che gli è stata regalata. Che i non iscritti alla casa facciano un passo indietro riservandosi di valutare la loro adesione o meno in base a loro criteri, ma di non farsi strumentalizzare per far morire la Casa. Rivolgo infine un appello a coloro che hanno dato molto alla associazione e alle persone che ne hanno beneficiato e che ora sono lasciate a se stesse, e a coloro che ne hanno notato il lavoro svolto e che non vogliono farlo morire e lasciare il nostro paese senza questo punto di solidarietà umana, di battere un colpo e non lasciare che una cosa buona venga soffocata da degli inetti.

Fernando Martella

Fondatore e vicepresidente della Casa dei Popoli di Giaveno