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 Il  mio amico Sidi Samb è tornato dal Senegal ed insieme a tante cose da raccontare, ha portato la storia di questa Bambina che rischia di diventare cieca, ha chiesto il nostro aiuto ( non è una cifra impossibile da raggiungere per Natale) per la ragazza e, mi piace supporre, per tutti noi, sarebbe un bel regalo. Chi può aiutare ricordo l’Iban della associazione sul quale effettuare i versamenti It84BO33596768451030001506 – grazie

 

 

 

Ciao Fernandoo.

Questa ragazza (foto in allegato ) che ho incontrato nel villaggio di Ndoffane in Senegal si chiama Rocky Ndiaye. Ha 13 anni e frequenta la scuola pubblica del villaggio. Ma adesso è vittima di una cataratta ( malattia nei occhi) e non riesce a vedere bene come una volta. Suo padre è anziano senza nessuno reddito. I diagnosi dell’occhilista stabilito a Dakar sono precisi: Lo stato di sanità delle occhi di questa ragazza necessita un’intervento chirurgo per togliere la cataratta altrimente sta per perdere la vista e sarà cecca a breve. Il vice Sindaco del Comune mi ha contattato per inoltrare sua richiesta di aiuto alle Associazione umanitarie.

In fatti, la richiesta consista nella presa in carica delle spese di cierca €500,00 in due rate cioè €250 la prima trimesta e €250 la seconda trimesta. E dopo, se possibile, studieremo la possibilità di inserirla nel programma di sostegno a distanza permetandola di proseguire sanza difficoltà gli studi.

Grazie. Sidy

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Il vento racconta…

Anno 2010

Era patrimonio di tutto il paese, nel bene e nel male da oltre un secolo e mezzo aveva costruito le vecchie auto a benzina per tutti i ceti sociali dando lavoro a tante famiglie italiane, aveva sì passato periodi di stasi, se non di vere e proprie crisi, ma aveva sempre trovato in se stessa e nei suoi creativi ingegneri e disegnatori, la capacità di tirare fuori nuovi modelli, nuove soluzioni tecnologiche che gli permisero di superarli.

Poi vennero le DOUMAKE MOBIL cinesi a idrogeno, che invasero il mondo e la Fiat entrò in una discesa a vortice.

S’avvitò su se stessa e, nonostante i tanto copiosi quanto inutili finanziamenti profusi a sostegno del settore dai vari governi di quell’epoca, dopo un po’ fu presa l’amara decisione: la fabbrica sarebbe stata chiusa.

Le multinazionali e le finanziarie del settore delle costruzioni si buttarono sull’area preparando progetti per la distruzione del vasto immobile che era stato Mirafiori e per la costruzione di un’intera città al suo posto.

I plastici messi in mostra nel 2006, durante lo svolgimento delle olimpiadi invernali di quell’anno, al concorso indetto per la destinazione dell’area, erano uno spettacolo: parchi e fontane, garage sotterranei e a diversi piani completamente automatizzati, negozi stellari d’una casa americana di cibo precotto che aveva invaso il mondo con le sue porcherie fritte e rifritte in oli di chissà quale natura e le nuove sale per il cinematografo interattivo, l’ultima invenzione tecnologica, che si proiettava direttamente sull’aria e che permetteva allo spettatore di entrare in scena con il ruolo che si sceglieva.

Progetti fantastici e bellissimi.

Ma la quinta lega di Mirafiori, la gloriosa sede del Sindacato dei metalmeccanici dalla quale erano partite tutte le battaglie dei lavoratori per tutti quei centocinquanta anni di produzione dell’auto, si opponeva allo smantellamento degli impianti e della fabbrica ritenendola una struttura di proprietà dello stato e dei lavoratori.

Vecchie incrostazioni mentali derivanti dai sindacalisti bolscevichi del secolo precedente, che però intanto stavano impedendo l’inizio dei lavori alle grandi ruspe da tempo pronte sui piazzali.

Il fronteggiarsi della polizia privata delle multinazionali della NUOVA COMPAGNIA MONDIALE DEL CEMENTO e degli occupanti era sfociato più volte in veri scontri a fuoco con proiettili di gomma per ora, ma tutti si aspettavano che l’incrudirsi della crisi sfociasse, prima o poi, in un dramma.

Il dibattito sull’uso dell’area e delle strutture della vecchia fabbrica coinvolgeva tutti i cittadini della nuova S.U.d’E., gli Stati Uniti d’Europa, la nuova Confederazione Europea da poco nata in contrapposizione allo strapotere degli U.S.A. e al tentativo di questi di annettersi l’intero globo sotto la bandiera a stelle e strisce. Fu ad un concorso scolastico nelle scuole di una provincia dell’ultimo Stato che era entrato a far parte dell’U.E., la Romania, che ad una bambina fu assegnato il primo premio per il suo svolgimento al tema che era stato dato in tutta Europa nella ricorrenza del Giorno Della Terra: “COME USERESTI L’AREA ED IL TERRITORIO DELLA FIAT DI TORINO?”

La piccola Rebeca, la più giovane di tre sorelle, frequentava le seconda media. Figlia di una coppia rumena emigrata a Madrid, appena l’apertura della frontiere permise di scorrere liberamente aldiquà dell’ex cortina di ferro, alla gente di quegli Stati affamati per mezzo secolo dallo Stato occupante: la Confederazione Sovietica e i servi che governavano quelle Nazioni. Fame tagliente come la falce e dura come il martello di cui si fregiavano le bandiere degli oppressori.

Rebeca era una donnina dagli occhi neri come la pece e vivi come due stelle. A lei divertiva molto quello che stava avvenendo a Torino e lei ed alcune sue amiche avevano cominciato a scommettere sui vincitori della prossima battaglia. Le giornate di studio erano lunghe e a casa doveva svolgere i suoi compiti di pulizia insieme alle sorelle. Per non far assopire la sua fantasia, aveva cominciato a raccogliere ingenue scommesse tra i suoi compagni di scuola. La lotta tra operai e milizie era forse l’unica notizia divertente o, almeno, una delle poche e le sarebbe spiaciuto che queste smettessero, perciò lei proponeva che nei giorni di festa e nei fine settimana, nelle vacanze estive e quelle natalizie, fossero organizzate delle vere e proprie battaglie per i cittadini che volessero arruolarsi nelle milizie private e quelli che si schieravano da parte delle tute blu e, con proiettili di vernici, ci si combattesse nei meandri delle officine tra i torni e le presse.

Chiaro che alla domenica pomeriggio, dopo aver contato i “morti” dell’una e dell’altra parte, si premiassero i vincitori.

La sua idea stupì il mondo adulto e gli “amici del quartierino economico” pronti a trasformare in plus-valore anche la bava di una lumaca, ci si buttarono a pesce. L’investimento richiesto era praticamente vicino allo zero e si potevano usare i cassintegrati pagati dalla comunità con la scusa di lavoro socialmente utile, per i COMITATI DI VIGILANZA e di ACCOGLIENZA e PREMIAZIONE.

Nel duemilaotto fu dato il via al primo combattimento sperimentale, erano nati i club delle CAMPAGNOLE, le vecchie jeep prodotte nel lontano 1945 dalla Fiat per la SECONDA GUERRA MONDIALE e, bardati con le vecchie tute mimetiche i miliziani e con le vecchie tute blu gli operaisti, si era aperta la caccia.

I primi, ed anche i più feroci combattimenti, furono quelli tra i veterani del Sindacato e quelli della vecchia Confindustria. Si diedero la caccia senza sosta per quarantotto ore, solo al suono della sirena, ripetuto ben tre volte allo scoccare delle dodici della domenica, furono interrotti i combattimenti e decretata la vittoria dei Confindustriali, premiati con un numero pari alle vittime di pupazzetti di plastica fluorescente in tuta blu, con i quali qualcuno cominciò ad ornare la DOUMAKE con la quale viaggiava in settimana.

La cosa aveva preso piede così bene che, spesso, erano costretti a rifiutare le prenotazioni. Arrivavano da ogni parte del mondo. Intere comitive venivano fermate sui piazzali davanti a Mirafiori da dove erano state definitivamente spostate le ruspe gigantesche con le quali si pensava di demolire. Si erano organizzati nei parcheggi dei quartieri generali di combattenti omogenei i quali, nell’attesa che arrivasse il proprio turno di poter guerreggiare, si esibivano con musiche e cibi, in manifestazioni tradizionali proprie che facevano arrivare su quei luoghi altrettanta gente ad ammirare le danze scozzesi con le loro cornamuse, o le guardie svizzere del Vaticano con le loro alabarde, l’Armata Rossa che si esibiva in numeri circensi e gli emigranti rumeni, che si portarono la piccola Rebeca come mascotte, accampati nel glorioso stadio Filadelfia (quello del GRANDE TORINO caduto sulla collina di Superga). Il settore si sviluppò completamente nel duemilanove, quando arrivò a Torino il giorno dei Presidenti. Da tutto il mondo, tutti i presidenti di tutte le Nazioni, si iscrissero nelle Milizie e combatterono per un’intera settimana, in occasione di un ponte lungo per la festa della Madonna in mezzo a due domeniche, contro operai arrivati anche loro da ogni parte del mondo tranne che dai paesi ancora coinvolti in guerre vere. Da loro preferivano giocare alla pace tra un combattimento e l’altro. Oggi in questo settore sono occupati a tempo pieno oltre centocinquantamila persone tra servizi di pulizie, manutenzioni, infermieri e altri ruoli meno affollati, ristorantini, birrerie e le lavanderie ad esempio: l’indulto!

 

Perché la Casa può fallire?

Perché qui ognuno ci è arrivato con quello che era, con la sua storia individuale, credendo di poter riscuotere un credito per quello che aveva fatto nella vita, e non impegnandosi per mostrare quello che era ancora capace di fare, di dare. Ognuno si è seduto intorno ad un tavolo ed ha messo sul piano “io sono”…e non era neanche vero, perché il verbo giusto era già al passato. Nessuno si è posto, alla nascita della Casa, come allo starter di una nuova occasione, di un nuovo impegno. Da lì ognuno cominciava senza alcun credito, solo con la possibilità di dimostrare a se stesso, di aver acquisito la capacità bastante per essere tutto quello che era stato, ma non solo quello. In queste condizioni, la Casa fallirebbe anche se restasse interamente intatta come alla nascita. Cristallizzata in una sorta di addizioni di storie del passato che chiedono, sul viale del tramonto, un riconoscimento alla vita e agli altri. Una riscossione allo sportello della vita, di quello che credono di avere depositato e che non gli è mai stato riconosciuto. Ora, è vero che nessuno può chiedere ad altri di non essere quello che è, ma nessuno dovrebbe essere solo quello che é. Non qui, non nella Casa dei Popoli. È lampante sin dall’inizio, dalla propria adesione, che qui si viene ad abitare se, partendo da quello che si è, si ha voglia di dimostrare che si può ancora essere altro. Pur continuando ad essere quello che si è in ogni altro luogo. Ogni associazione che ha aderito alla fondazione della Casa, è rimasta viva in quello che era. Non si è sciolta. Dovrebbe, quindi, continuare ad essere quello che era e fare le stesse cose che faceva a nome della sua associazione. La Casa dei popoli avrebbe il ruolo di dare, perfino una mano, nella realizzazione di obbiettivi propri di ogni associazione partecipante, senza doverne chiedere le ragioni per cui un obiettivo viene perseguito in un modo o in un altro. Se non si comprende questa opportunità, quello che i costituenti hanno dato a se stessi e agli altri con la fondazione della Casa dei Popoli di Giaveno, allora questa può fallire per implosione, cadendo su se stessa rovinosamente. Solo perché nessuno prova a mettere in questo contenitore, qualcosa di suo, ma spreca le sue energie a fermare quello che un altro ci mette col suo impegno, sulle proprie gambe, e solo perché non sarebbe stato sdoganato dalla previa approvazione di tutti.

Perché potrebbe crescere

Potrebbe apparire incredibile, ma per lo stesso motivo che la farebbe fallire, la Casa dei Popoli potrebbe avere un impeto di crescita enorme e contagiosa. L’avevamo già verificato sugli inizi della nostra attività: avevamo suscitato la curiosità di Comuni ed istituzioni limitrofe, i quali ci chiedevano un incontro, un confronto per poter comprendere le nostre idee, le nostre iniziative. Solo la nostra incapacità di trovare energie e volontà di poter soddisfare questa richiesta ci ha impedito di raccogliere il consenso che aveva creato l’azione di pochi impegnati sul territorio. Avigliana, Sangano, la stessa Coazze, sono occasioni perse dalla nostra insufficienza, non da mancata volontà di altri. Limpida ed esemplare la accettazione di un confronto della casa dei Popoli del Comune di Settimo Torinese, la quale sollecitata da noi aveva preparato un incontro verso la fine di settembre per verificare le possibili sinergie da mettere in atto. Quindi noi avevamo letto bene la realtà che ci circonda, e non avevamo costruito uno spumone, bensì avevamo azzeccato la diagnosi e la prescrizione medica. Solo che stiamo facendo morire l’ammalato, lasciando i luoghi in cui viviamo in uno stato di prostrazione maggiore a quando abbiamo iniziato, poiché le nostre diatribe si svolgono su come e a che ora, l’ammalato deve prendere le medicine, non sulla validità delle stesse.

I torti di chi “ha fatto”

“Chi fa può sbagliare” si sa da sempre, mentre chi non fa e sta come un falchetto a cercare i lati oscuri in cui mettere le opere degli altri, viene assolto dalla sua assoluta inettitudine dai suoi simili che nulla possono mettere sul piatto del confronto con chi ha fatto. Sembra drammatico che possa capitare che chi fa è condannato da un nucleo di inefficienti scansafatiche ai quali non viene rimproverato il loro non agire, ma diventa un valore aggiunto non aver fatto niente, solo perché la loro azione si sviluppa virulenta all’interno del territorio preferito: quello delle chiacchiere intorno ad un tavolo. La motivazione degli osteggiatori che vogliono bloccare i “lavori di chi costruisce la Casa” è che non tutte le operazioni da questi svolti hanno ottenuto, ha volte non richiesto, il “permesso di azione” di tutti i componenti della casa stessa. A prescindere che metà di coloro che espongono queste resistenze non sono mai stati neppure tesserati alla Casa, o non ne hanno mai ratificato la loro adesione pagandone la tessera, il capo mandatario di un simile drappello é un individuo che si giustificava a fine giugno, di una assenza lunga nel tempo per motivi di salute della sua consorte, a luglio per vacanze non presentandosi ad agosto a niente altro che non fosse un complotto al buio. Il quale in rotta di collisione con chi faceva si era primo autosospeso e poi aveva dato le definitive dimissioni dalla carica di segretario della Casa, per tornare, recuperato da una individuale decisione del presidente Allais, a mettere sotto accusa chi aveva fatto “senza che lui sapesse”. Sembra infantile chiederselo, ma siamo costretti a farlo per non lasciare zone d’ombra nel nostro discorso: abbiamo detto che le associazioni che hanno dato vita alla Casa, non si sono sciolte e che, nel voler operare come associazione, possono farlo senza chiedere il permesso a nessuno della Casa, quindi? Se coloro che hanno operato come “Casa”, avessero cercato una affermazione personale, l’avrebbero trovata proprio se avessero agito come tali! Hanno apprezzato il loro tempo, le loro risorse, in nome della Casa dei Popoli( e solo per la loro azione la stessa è stata riconosciuta dal territorio, e vengono messi sotto accusa per “aver cercato fama personale?” Bestiale vero? Già! Ma scendiamo di un gradino per ragionare dal punto di vista dei detrattori: “ hanno fatto tutto da soli, senza comunicare niente agli altri.” Per quanto chi fa sempre sbaglia ma intanto fa, chi fa a nome di una associazione a chi ha il dovere di comunicare l’intenzione di fare? Sembra di giocare con i bambini, ma diamoci questa chanche, ognuno è bambino quando fa per la prima volta una cosa nuova. All’interno di una associazione, chiunque ha una idea fattiva, ha il dovere di comunicarla al responsabile della stessa. A colui che risponde della legalità della sua funzione, del rispetto della democrazia interna alla stessa associazione: al presidente. Il nostro (haimè) presidente, è stato informato di ogni cosa fatta, di come sarebbe stata fatto e di quando. Alle mail di invio ci sono altrettante mail di risposta e di conferme di condivisione dell’obbiettivo. Da qui in poi, chi era responsabile di dover informare gli altri membri dell’associazione? Di ogni iniziativa esistono volantini affissi che portano la firma del presidente, foto che ne testimoniano la partecipazione, lettere di stima per gli obiettivi centrati. Come è possibile che non si tenga conto di questo? Come è possibile che lo stesso presidente non abbia ritegno di attaccare “la mancata condivisione delle proposte e degli obbiettivi?”

e quelli di chi ha solo accumulato il tempo

A noi sembra quindi, che coloro, che all’interno di questo arco di tempo in cui la Casa vive, hanno operato, lo ha fatto a proprie spese e che grazie a questo si sia costruito una immagine della Associazione attenta e capace di accorrere in aiuto di chi, in stato di bisogno, non ha tempo per affezionarsi alle scartoffie e la burocrazia. Ci pare di poter dire senza paura di essere smentiti che chi ha operato lo ha fatto con la condivisione e l’approvazione del presidente. Che poteva farlo sotto la denominazione di appartenenza senza dover rendere conto a nessuno, ma ha scelto di farlo in nome e a favore della Casa. Che il presidente ne era informato tempestivamente con meticolosità e rispetto e quindi, non è possibile non ritenere che l’attacco che subisce è strumentale e finalizzato solo ed unicamente alla distruzione della stessa associazione. La convinzione di quello che diciamo ci deriva, oltre che dalle cose fin qui prese in esame, dal fatto che Luciano Allais non è parte di nessuna della associazioni fondatrici, e che ha ricevuto espressa richiesta del promotore e candidato alla presidenza della Casa, attualmente il vicepresidente, unicamente per garantire una funzione di limatura degli spigoli e delle diatribe solo intuibili, al parto di una simile esperienza. Un garante proprio per le componenti che ne costituivano l’ossatura, questo e niente altro. Bisogna invece prendere atto che una volta insediato, ha fatto diversamente di quanto richiesto, ergendosi a tutore della Casa solo in quanto giudice, non garante. Esponente di talune associazioni contro altre, coltivando rapporti e riunioni personali non espletate, non richieste e all’oscuro degli altri componenti del direttivo. Difatti la sua condotta è fallimentare sotto il profilo della funzione di pacificatore, fallimentare sotto il profilo di garante del rispetto dei ruoli in quanto il primo attacco al vicepresidente è stato proprio prodotto dal presidente, fallimentare in quanto a capacità di iniziative in quanto ha solo goduto di costruzioni altrui, fallimentare in quanto se all’interno della Casa chi non ha fatto altro che inficiarne la stessa esistenza, gode della sua stima, al contrario di chi lo ha portato sugli scudi di ogni suo intervento, è chiaro che il presidente Allais persegue una via tutta sua che porterebbe alla chiusura della casa. Incomprensibile rimane il fatto che chi non condivide il percorso e l’indirizzo preso dalla Associazione, anche se non ci ha rimesso un centesimo, non ha speso una goccia di sudore, non se ne vada semplicemente, ma chiede a chi l’ha fatta nascere, coltivata e cresciuta, di dovergliela cedere. Se non fosse per farla morire per che altro sarebbe? Per queste cose dette e che possono essere testimoniabili, chiedo che Luciano Allais, si dimetta dalla carica che gli è stata regalata. Che i non iscritti alla casa facciano un passo indietro riservandosi di valutare la loro adesione o meno in base a loro criteri, ma di non farsi strumentalizzare per far morire la Casa. Rivolgo infine un appello a coloro che hanno dato molto alla associazione e alle persone che ne hanno beneficiato e che ora sono lasciate a se stesse, e a coloro che ne hanno notato il lavoro svolto e che non vogliono farlo morire e lasciare il nostro paese senza questo punto di solidarietà umana, di battere un colpo e non lasciare che una cosa buona venga soffocata da degli inetti.

Fernando Martella

Fondatore e vicepresidente della Casa dei Popoli di Giaveno

Il fischio da bordo campo taglia l’aria umida della mattinata settembrina. Sull’erba del campo della chiesa di Coazze, un milione di perline luccicanti, aggrappate ai fili verdi dell’erba del piccolo campo di calcio,  fanno capire che l’estate é ormai andata, anche se una scia di giornate calde e dolci, stanno accompagnando l’uscita del mese dal calendario del 2011. Tra qualche giorno settembre se ne andrà, con l’odore dei mosti ed il verde delle fronde dei castagneti che cominciano ad arrugginire, alle notti umide della Valsangone, rotto dai laschi tonfi delle castagne che cominciano a cadere. Il fischio dell’allenatore viene colto all’unisono, da tutte le orecchie tese nella silenziosa lunga attesa. Due settimane senza giocare al pallone.  Avevamo deciso di non stare più in questa situazione, ma poi, il rapporto che si è creato con i ragazzi manca anche a noi, l’allenatore si è riempito il cofano di palloni ed ha preso il suo fischietto ed é salito, anche lui su ad aspettare i giovani neri a Sangonetto, tutto come prima.  Sono state due settimane di telefonate in discesa, i ragazzi han consumato le loro schede telefoniche  per chiedere il motivo di quel lungo tempo di intervallo, del perché era stato interrotto quell’unico momento ludico, che aveva permesso loro di poter praticare uno sport, uscire dall’isolamento dei boschi su a Forno, di aver potuto conoscere tanti giovani indigeni, di fare amicizia con tanta gente, di essere ospiti a spaghettopoli di Giaveno e a “gnocchi in piazza” nel San Rocco del Freinetto. Pochi sono stati coloro che si erano accorti quanto fosse importante per loro poter giocare a pallone. Pochi, ancora meno, quelli che si erano impegnati per poterglielo consentire. Strano, invece, l’impegno di alcuni di quelli che avrebbero dovuto farlo, ma non sono riusciti a regalarsi la possibilità di incontrarli e conoscerli, di fare qualcosa per loro che avrebbe, immediatamente, fatto stare meglio anche chi sapeva dare. Giorni di freddo, non tanto nel clima, quanto nel cuore di chi, pavido di fronte a chissà quale rischio personale, aveva stoppato quel pallone per far smettere la partita. Sono stati proprio loro, i ragazzi di borgata Ferria, a riconquistare il pallone per poter rigiocare. Il pallone, il campo e molto altro. Una conquista di dignità e di coscienza. La coscienza di essere persone, stanche di vedere giocare sulla propria pelle, battaglie di altri tese alla conquista( in Libia come dappertutto) di fette di potere e di rappresentatività. Loro hanno deciso di rappresentare se stessi, così come avevano già fatto nell’articolo “La preghiera tra i boschi”. Stanchi di questi giochi sulle loro spalle, si sono riconquistati l’uomo che li allenava ed il suo fischietto, ed ora, appena il fischio aveva segnato la fine della lunga pausa, tutti avevano applaudito e si erano messi a correre nel campo attorno al pallone che sembra coinvolto gioioso in una danza viva e volontaria. E’ iniziato il secondo tempo nel campo. La partita dell’integrazione guidata é ancora tutta da giocare.

L’Associazione Culturale Emigranti SanPaolesi nel mondo continuerà ad impegnarsi e misurarsi su questo campo. Vediamo chi vince la partita….

Un libro leggero da leggere e così reale del nostro quotidiano, ” La solitudine dell’ala destra” di Fernando Acitelli, parla delle grandi gesti sportive, mai raccontate, di coloro che, per ruolo, sgroppavano sulla fascia destra per crossare al centro, dove il centravanti aspettava il cross sul quale, se segnava il gol, gioiva e diventava l’eroe, se invece non segnava, la croce veniva gettata addosso all’ala che aveva crossato male. Si racconta di come alcune figure, nella storia delle cose, assumono, con una santa pazienza, un ruolo che, se svolgono in modo eroico, gli darà un pò di fama fatua, se no li condannano all’oscurità per sempre. Un esempio per poter, figurativamente, capire meglio: Nel Cagliari di “Rombo di Tuono”, Gigi Riva, c’erano giocatori di prim’ordine come Albertosi, Cera, Martiradonna, Gori, Niccolai, Domenghini, Nenè e, chiaramente tanti altri che neppure io ricordo. Bene, tutti sappiamo che Rombo di Tuono, finalizzava il gioco e la fatica di altri, ma lui arrivò in Nazionale, e poi ci rimase come dirigente (è ancora lì). Degli altri, quanti si ricordano?

Così và il mondo, così succede anche nelle altre cose del mondo. Nessuna meraviglia quindi, se questo é successo anche nella povera, sconosciuta e che rischia di essere solo un aborto, Casa dei Popoli di Giaveno.

Qualcuno si é appollaiato sul trespolo aspettando che altri scuotessero l’albero per far cadere le noci. A lui doveva bastare raccoglierle ed aprirlo per godere del frutto.

Qualcun’altro, ancora più folle, sul trespolo annotava (solo) tutto ciò che si voleva vedere  per segnalarne le virgole e i punti e, se uno vuole cercare l’ago, alla fine lo trova. Trovare il modo di fermare quello che altri stavano facendo, questo era il problema? Iil risultato è che ora, la operosità di cui si era dimostrata capace la piccola e malnata Casa dei Popoli, si é fermata. Non solo questo é successo, ma anche quest’altro: Costringendo sè stessi a dimostrare come e cosa sono capaci di fare, sono scesi giù dal trespolo e….fin’ora niente. Mentre sul trespolo ci é salito chi prima faceva ed ha preso a controllare la pista di decollo: se qualcosa non funziona come deve, la cosa finirà per essere ridiscussa chissà dove. Intanto non c’é più nessuno che porta palla e crossa, la partita é ferma. Qualcuno potrà dire che l’ala si rifiuta di fare il suo lavoro da crossista, ma dovevo far notare una cosa: quella era l’ala destra, questa é quella di sinistra. Non avezza a farsi sottomettere e  strumentalizzare. Disposta a collaborare, a partecipare al gioco e, qualche volta, fare gol per conto suo.

Intanto che la partita é ferma però, nessuno é autorizzato a dimenticare che lassù a Forno c’erano trentuno(31) persone(PERSONE) che attingevano acqua dalla fonte della Casa dei Popoli, di coloro che operavano.

Ora sono spettatori infreddoliti e abbandonati da coloro che dovevano giocare una grande partita. E’ inevitabile porsi una domanda: Era questo il modo, l’obbiettivo da perseguire? é in questo modo che le “regole”, quelle leggi che  dovevano ritmare la vita  degli abitanti della Casa dei Popoli di Giaveno, possono “far muovere il gioco?”

Qualcuno si ricorda di tre donne incinte che aspettano, insieme a un bambino, che la solidarietà umana fornisca loro una culla, qualche indumento per il nascituro? Chi si preoccupa di capire quando riprenderà la partita sospesa? In campo si vedono solo giocatori rivali, dell’arbitro neppure l’ombra.

Eppure c’é chi giura di averlo visto arrivare sul campo, ma si deve essere sbagliato, era l’allenatore di una delle squadre: quella che prima stava sul trespolo.

“La fermeranno…La fermeranno…”

Era fastidioso starlo a sentire. Era come una vibrazione nell’orecchio; la sindrome di Marnier…mi pare. E’ sempre così quando senti qualcosa che tu sai di sapere, ma che vuoi far finta che non esiste o…che è troppo presto per darle ascolto. Il signore che me lo diceva, era venuto apposta nel luogo dove sapeva di incontrarmi, per mettermi sull’avviso:

” La fermeranno…” me lo disse più volte e, sembrava che si fosse tolto un peso dallo stomaco. Voleva dirmi che ammirava quello che stavo facendo, avrebbe voluto farlo con me, ma il ruolo che ricopriva non glielo consentiva. Così era sceso, ben presto quel mattino, al punto di incontro dove attendavamo i ragazzi per portarli a giocare a pallone. Aveva voglia di parlare con me, quell’incontro non era casuale, come avevo pensato in un primo tempo. Fece un piccolo giro intorno all’argomento, poi lo affrontò in modo diretto…per quanto poteva.

” Sta facendo qualcosa di buono…” mi disse ” …ma non glielo consentiranno a lungo…la fermeranno.”

” Come potranno?” gli chiesi “… non chiedo niente a nessuno, facciamo colle nostre forze…perché dovrebbero fermarci?”

” Perché quello che fa é giusto, perfino bello e…funziona, ecco perché la fermeranno!”

Ora il suo tono era concitato, sembrava stesse violentando se stesso per potermelo dire…come se si stesse liberando. ” La faranno andare ancora un poco avanti, ma poi la fermeranno, vedrà!”

Poi se ne andò a svolgere i suoi compiti, il suo dovere.

Sapevo che se lui conosceva così bene con certezza quel piano, forse ne faceva parte lui stesso. Troppo preciso, sicuro…e poi…un sindaco!

Restai non poco sorpreso da quel comportamento, sembrava aver voluto testimoniare che lui non voleva, sarebbe stato dalla mia parte, ma non serviva a niente; ci avrebbero comunque fermati alla fine. Mi chiesi chi. A chi davamo fastidio? Ma anche su questo aveva voluto darmi una sua testimonianza. Aveva buttato in mezzo alla breve discussione, il nome del potente locale al quale non piaceva molto quello che stava succedendo. non gli piaceva sopratutto perché non lo poteva gestire lui. Noi, ignari delle sue preoccupazioni, eravamo lontanissimi dal suo mondo.  Così ci avrebbe fermati…

Passarono delle giornate e delle settimane, senza che ripensassi mai a quell’evento. Ma poi…

Alla ripresa delle attività di confronto col direttivo, le cose si presentarono proprio in quel modo. Il presidente, sempre informato su quello che facevamo e d’accordo a parole col nostro agire, aveva completamente ribaltato lo schieramento e si era alleato col fronte di opposizione interna. A guardarla da fuori proprio non la capivi quell’alleanza, stonava. Quei due non si assomigliavano in niente, eppure mi stavano facendo la fronda. E non solo a me, non poteva essere un mero fatto personale: tutti coloro che lavoravano con me sul supporto ai ragazzi venivano travolti senza tenerli in conto minimamente: veniva spento il fuoco e rimessa al buio la scena. Pazzesco questo, avveniva in un contenitore vuoto dove ognuno avrebbe dovuto riempire il suo spazio con iniziative, cose fatte ed invece…coloro che non avevano nessuna voglia di fare e non avevano fatto niente in quattro mesi, si lamentavano di quello che io ed altri avevamo accumulato alle spalle…cose fatte per gli altri: raccolti indumenti, bici, televisioni, ospitate, indumenti sportivi e  partite di calcio, stavamo cominciando a portare su roba infantile per le donne incinte….

“La fermeranno…”

Pazzesco pensavo…riempiono i loro vuoti con scartoffie, burocrazia…eravamo nati per cambiare qualcosa in un mondo che sta soffocando in questa muffa e ci siamo impastati in documenti, discussioni e…fogli di carta…

Non han capito una mazza!

Ed io che non mi raccapezzavo a cercare di legare gli intenti di quei due alleati così strani ed improbabili: ” cosa li lega?” Mi chiedevo e non capivo. Li lega uno scopo preciso, non casuale: fermarmi.

E poi? Non é possibile pensavo: ” Se fermano me, fanno morire la Casa, a che pro?”

Ecco: quella che io credevo una domanda, era la risposta: allo scopo di fermarmi e basta! Non me lo aveva forse detto l’uccellino?

 

“Le scartoffie sono il liquido imbalsamatore della burocrazia, e mantengono un apparenza di vita e di azione dove non ce n’é.”

Robert J. Meltzer


Trentuno giorni, un mese

 

Trentuno giorni vissuti in quella morte

che ti cancella lasciandoti la vita.

Di case divorate dalle bombe

e  dei rintocchi cupi alle porte;

di Giuda che ti vende ai suoi soldati.

Trentuno giorni nella terra di nessuno

in un dedalo che ha una sola uscita

sulle onde di un mare sconosciuto.

Trentuno giorni in cui rivivi la tua storia

un’altra volta, prima di scordarla.

Trentuno giorni , un mese di paura

che non hai provato neppure nel deserto,

dove colei (kifo) che predava le anime

e seminava i corpi senza vita nella sabbia

ha lasciato il suo silenzio nel tuo cuore.

Trentuno giorni, trentuno storie vere

trenta rintocchi ed un piccolo eco,

trentuno giorni, trentuno facce nere

trentuno giorni di pianto e qualche sorriso.

Dopo, un futuro in salita che sembrerà discesa.

 

Thirty days a month

 

Tthirty-one days lived in  that death

to delete you but leaves your life.

Houses devoured by bombs

and at the raucous knock  at the doors;

of Judah who sells you his soldiers.

 

Thirty-one days in the anybody land

in a maze that has only one exit

on the waves of an unknown sea.

Thirty-one days in which to relive your story again,before you forget it.

 

Thirty-one days, a month of fear

that you have not tried even in the desert,

where she (kifo)  that preyed the souls

and sowed body one life in the sand

has left his silence in your heart.

 

Thirty one days, thirty one true stories

thirty chimes and a small echo,

thirty-one days, thirty-one of black faces

thirty one days criyng and some smiles.

After a climb that future will look down.