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Archive for the ‘organigramma’ Category

2012 in review

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2012 per questo blog.

Ecco un estratto:

The London Olympic Stadium is 53 meters high. This blog had about 580 visitors in 2012. If every visitor were a meter, this blog would be 11 times taller than the Olympic Stadium – not too shabby.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

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Della fine del tempo e del calendario dei Maya, ne abbiamo parlato tutti. Ne abbiamo dato ogni interpretazione e poi li abbiamo macellati con ogni tipo di improperio e classificazione, ma che si possono riassumere in una sola parola: deficienti! Prima però abbiamo fatto tutti un pò di scongiuri, abbiamo pensato che forse, costruirsi un bunker ben rifornito, o (peccato non ce lo potevamo permettere) comprare una casa in quei piccoli e sconosciuti comuni agresti, Francia o Italia che fosse, non sarebbe stato male anzi, abbiamo tifato per loro, ci è sembrato giusto che se proprio un posto del nostro mondo dovesse essere risparmiato dalla fine, questo fosse una nicchia bucolica e non una grande città, pià adatta ad un cataclisma. Abbiamo rivisto le scene di “The Day After Now” molte volte e con quelle nella mente abbiamo interpretato il calendario dei Maya. Qualcuno in verità ci aveva detto che i Maya intendevano “la fine di un ciclo del tempo” e non del mondo, ma noi, condizionati degli tsunami e dai terremoti abbiamo sospettato una catastrofe secondo tutti i sacri crismi, ci siamo persino preoccupati di un povero asteroide che ignaro viaggiava a qualche decine di migliaia di milioni di  km dalla nostra orbita. Quella distanza ci è sembrata, prima del 21 dicembre, una maledetta sparuta di metri. Solo dopo il 21, passata la preoccupazione, c’è sembrata una occasione sprecata, il non essere riusciti a dare una occhiata da vicino al sasso…mah…. Allora, se il mondo non è finito ed i Maya avevano (secondo me) ragione com’è andata? Il fatto è che il tempo, inteso come fino ad ora lo abbiamo vissuto, non esiste più. Ma và?… e dov’è andato?  Da nessuna parte. Il tempo prima veniva dal passato ed andava verso il futuro. Ieri oggi e domani erano ben chiari nella testa della gente, ora non più. Certo non è finito proprio il 21 dicembre, impiegheremo del tempo per rendercene conto e trovarci d’accordo, ma i Maya dovevano dare pure un momento focale per farci riflettere e…visto che alcuni giorni più tardi saremmo stati tutti presi dalla preparazione del pasto di natale e poi con la fine dell’anno, ci hanno presi in una data in cui eravamo abbastanza liberi, perciò ci hanno detto il 21. Però, io non ho ancora spiegato perchè credo che abbiano avuto ragione. L’ho scoperto solo questa notte scorso: Stavo chiacchierando (ma se stavo scambiando dei messaggi con degli amici, scrivevo su fb, posso dire che chiacchieravo con loro?) uno era ad Avigliana, vicino a me, una in Australia, l’altra era in Sudafrica e poi c’era la commessa di una wholesale (vendita all’ingrosso) in Cina, tutti mi facevano i complimenti per i miei nipoti e figlio, dissi la mia età ad un certo punto e l’amica dal Sudafrica e Antonio di Avigliana mi fecero all’unisono gli auguri di buon compleanno, non era ancora la mezzanotte del 27, io nacqui il 28 (un pò in anticipo…) ma due secondi dopo, appena tradotto il messaggio, anche la mia amica dall’Australia e la gentilissima commessa cinese, mi facevano gli auguri. ora prendete il mappamondo, guardate dove sono io,  il Sudafrica e poi la Cina e l’Australia. fusi orari enormi dividevano il tempo una volta, ma in quel momento per tutti noi era diventato il 28 dicembre, il mio compleanno era una realtà di paesi, lingue e giorni diversi. Ora io mi rendo conto che le banche, le borse, gli affari di tutto il mondo vengono trattati in tempo reale, ma che tempo è se in un posto sono le 17.. del giorno dopo, mentre da te è oggi e da un altro è ancora ieri? Dov’è il passato il presente ed il futuro se tutto avviene dappertutto allo stesso istante? Pensate un pò al fatto che fate una foto in Italia a qualcuno, in questo momento e la mettete su internet. In un posto leggeranno la data e l’ora e diranno l’ha fatta ieri, in Italia diranno l’ha appena fatta, in un altro paese diranno l’ha fatta domani(?!) e il tempo….dov’è in tutto questo il tempo? Aspettate che qualcuno ci lavori un pò su e vedrete che quest’idea prenderà il posto che merita. Viviamo in un mondo senza più tempo nè geografia. Non esistono più i posti, siamo tutti su FB. Uno Stato nuovo, di nessuno e di tutti. Virtuale? Un corno! virtuale è quello fuori di qui!

Immagine

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Mia Madre ha nostalgia di meMia Madre ha nostalgia di me

Piangono, i figli, la carezza

della loro madre lontana,

Il calore della loro certezza.

Temono ora

che lei dimentichi

il clamore dei loro giochi sull’aia,

Le loro grida all’uscita di scuola,

Il sudore del loro lavoro.

Mentre lei – come ogni Madre Terra –

Ha nostalgia dei suoi figli migrati.

Come della pioggia.

Mamei mele îi este dor de mine

Regretā, fii, mîngîierile

Mamei lor îndeparte,

Caldura siguranţei lor.

Acum se tem

Ca i-a uitat

Zgomotul fâcut de jocurile lor in curte,

Strigatele lor la ieşirea de la scoalà,

Sudoarea muncii lor.

În timp ce ea, ca orice Plai Natal

Are nostalgia de fii sâi emigraţi.

Ca o ploaie.

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http://www.petizionionline.it/petizione/le-saline-di-san-ferdinando/5976

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In questi ultimi anni, nei quali ci siamo abituati agli sbarchi degli ormai innumerevoli gommoni, stracarichi di disperati, sulle coste pugliesi prima e di Lampeusa  poi, si é andata sviluppando, nel nostro Paese, l’idea che per gli italiani, popolo cattolico ed accogliente, l’integrazione razziale e culturale, fosse una cosa non solo possibile, ma addirittura facile. Alcuni personaggi della politica, nazionale o locale, hanno dato conto ad ogni problema o dramma sorto contro gli immigrati, nella loro giurisdizione,  e che mai si sono visti atti di razzismo della popolazione indigena, contro i nuovi arrivati. Bisogna invece che tutti noi s’impari a leggere la realtà quotidiana, con una lente differente da quella usuale. Questo ci permetterebbe di comprendere meglio quello che sta accadendo nella nostra società e nel mondo. Il punto di vista da cui guardare non può essere solo quello del nativo residente, é, necessariamente, anche quello dell’emigrante. Se proviamo a guardare le nostre comunità da questa finestra, ci appaiono chiare molte cose che sembrano invisibili: Quando in un comune o città, arrivano un certo numero di emigranti, si formano quasi subito due associazioni: una degli immigrati per non sentirsi persi, l’altra dei cittadini sensibili ai problemi ed allo smarrimento di questi per aiutarli ad inserirsi. Tutte e due, queste organizzazioni, sono solo il risultato, di una incapacità della nostra società, di recepire ed inglobare in sè, i nuovi cittadini. Se ci trovassimo davvero in una società aperta all’accoglienza, nessuna di queste associazione avrebbe motivo di nascere.

In queste organizzazione succede qualcosa che non viene percepito, nella sua reale gravità, come un segno di isolamento dalle persone che ne fanno parte. I migranti organizzati in associazioni, altro non fanno che rinchiudersi in se stessi, perpetuando in continuazione la loro  nella giustificata convinzione di non smarrire la loro cultura. Nella associazione dei cittadini che tentano un lavoro solidale, di supporto e di apertura alla integrazione dei nuovi arrivati, cresce a vista d’occhio, il distacco dalla società intorno ( che rimane stagnata alle infiltrazioni) e vengono isolati da ciò che prima li circondava: la società di cui facevano parte. In questa situazione si vengono a trovare gli attori dei matrimoni misti: spesso diventano atomi solitari, in movimento tra le cellule differenti eppure di appartenenza. Bisognerebbe avere la conoscenza dei numeri a sostegno di questa mia tesi e penso che i municipi ce li abbiano, ma se questi dati non diventano patrimonio di conoscenza e riflessione dei comuni cittadini, restando utili solo per le statistiche Istat, non aiutano certo a comprendere meglio la situazione. Tuttavia, diventa difficile non rendersi conto che oggi esistono nel nostro Paese, migliaia di associazioni che riproducono quotidianamente iniziative culturali per i propri associati, e basterebbe frequentare le loro manifestazioni per poter contare pochi, isolati casi di infiltrazioni razziali, comunque imparentati. Questo è il segnale che mi convince ancora oggi, dopo oltre mezzo secolo di vita da emigrante, residente in un posto non ancora del tutto suo, che l’unica cosa che fa dialogare i nuovi cittadini a quelli preesistenti, sono i cartelli messi negli ingressi comuni dei palazzi che invitano i nuovi arrivati a non fare rumori di sopra, a chiudere le porte degli ascensori e a non far giocare i bambini nei cortili. Tale e quale agli anni sessanta del secolo scorso. Voi direste che abbiamo fatto qualche passo avanti sul tema dell’integrazione? A me, sinceramente, non sembra!

E’ in questo clima di isolamento che nasce una terza pericolosa forma di associazione: invisibile ma diffusa nel territorio e nella testa di molta gente. Una associazione che sembra non esistere, ma che produce convinzioni razziste e leghiste anche in chi non è nè l’uno nè l’altra cosa, ma che è pronta a scattare ogni volta che una comunità si sente minacciata dal diverso. Questo è avvenuto nel caso della ragazza di Torino che si disse violentata da due zingari ai quali quattrocento razzisti hanno subito bruciato l’accampamento, questo minaccia di diventare la reazione dei neri a Firenze dopo che un pazzo ha sparato su cinque senegalesi, uccidendone due.

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La celerità con cui si è mossa la polizia è stata pari a quella di quei 400 bastardi razzisti si sono organizzati per dare l’assalto al campo nomade e darlo alle fiamme. Una vicenda quella della ragazza della Falchera che impressiona e ci deve condurre ad alcune riflessioni, evitando di farci addolcire la pillola dalle dichiarazioni del sindaco Fassino: “Torino non è razzista e lo ha dimostrato già dagli anni ’60 con l’accoglienza di centinaia di migliaia di immigrati, provenienti dal sud Italia.”

Già, caro compagno Fassino, Torino ha proprio dimostrato allora che città chiusa e razzista fosse! Con quanta grettezza si è speculato sulle “disgrazie”(?) della gente del sud affittando catapecchie e mansardine o garages a prezzi da alloggi signorili, escludendo gli italiani nel loro paese dalla vita pubblica, rendendo impenetrabile fino al ’80 l’accesso a certi posti di privilegio, a disposizione di immeritatamente di cognomi indigeni. Una città aperta userebbe scivere sulle carte d’identità “trasferito” e non “immigrato“, quanto meno per un cittadino italiano in Italia. Una società chiusa continua ad usare il titolo trasferendo la parola “immigrato“, e non migrante, da padre in figlio, facendolo ereditare alle generazioni nate e cresciute qui. Una persona emigra, signor sindaco, é un emigrante quando parte. Quando arriva, dovunque arrivi, è un residente, non un immigrato a vita.  Una società aperta cancella la parola immigrato quando scrive residente. Una città che divide i suoi abitanti tra residenti (nativi) ed immigrati, non fa integrazione seriamente. Eppoi, nonlo dica lei se Torino era accogliente e tollerante, lo chieda a chi stava dall’altro lato, coloro che dormivano a Portanuova e sulle panche ai giardini reali lo sanno meglio di lei, quand’era aperta Torino.

Come si può pensare di modernizzare (nei fatti) il Paese adeguando (in questo sì, ci piacerebbe) l’Italia al resto del mondo, dando la cittadinanza italiana ai figli degli emigranti nati nel nostro paese, se qui si catalogano e “studiano” le seconde e terze generazioni? Come non capire che se sulle persone nate in un territorio, ci sono cose “particolari” da studiare e da catalogare, é perchè l’integrazione( mai tentata dai nativi) é stata fallimentare da circa un secolo?

Rimanendo nella traccia di come é stata presa la “sciocca invenzione di una sedicenne” che ha provocato il dramma dei nomadi della Cascina Continassa, salvati solo dal preavviso  degli abitanti della Falchera (questi si migranti e solidali), non si riflette su quello che davvero è accaduto domenica: Una sedicenne ha fretta di “essere donna”, fa sesso con un UOMO, non col fidanzatino, e s’inventa quello che solo uno stupido razzista può trasformare in “una sciocchezza di una ragazzina timorosa della sua famiglia”. Poichè tutta la cortina fumogena alzata su questa storia, non ha permesso di chiedersi:” Ma…se la ragazzina può essere compresa, come mai quel deficiente, dopo aver fatto sesso con la ragazza, non sia saltato fuori a smentire subito la versione pericolosa della fanciulla? Lui non ha sedici anni e non ha la famiglia che lo vuole mantenere vergine quindi, perchè non farsi avanti con la polizia che indagava sullo “stupro”? Se la ragazza voleva un UOMO per il suo trapasso a donna, ne ha trovato proprio uno di quelli esemplari che ha immediatamente mostrato tutta la sua tempra! E se, fantasticassimo per un attimo…e se invece la storia degli zingari stupratori, fosse stata suggerita proprio da cotanto UOMO, come si potrebbe più inquadrarla in “una sciocchezza inventata da una ragazza impaurita “…? Ma lasciamo questo capitolo alle riflessioni che ognuno potrà fare da sè, chiediamoci invece com’é possibile invece che quattrocento scalmanati razzisti e delinquenti, possano partire dallo stadio, dopo la partita, arrivare al campo nomade e dargli fuoco senza che la polizia, sempre così folta durante le partite, non si sia accorta di cosa stava succedendo?com’é possibile che in una città “…accogliente e tollerante…” come la giustifica il sindaco Fassino, ci siano quattrocento (400) persone che incontrandosi allo stadio si chiedono tra loro: ” Voi che fate nel dopopartita? Niente? Andiamo a dare fuoco al campo nomadi? Così gli facciamo vedere se uno di loro tocca più una di noi!!

Il problema é serio e grande, proprio perchè sottolinea la mancata integrazione di chi, arrivato in questa città da mezzo secolo ormai, è ancora ritenuto uno spregevole zingaro da tenere ai bordi della vita, prima ancora di quelli della città.

Non è solo Torino che rende difficile una integrazione reale anzi, a Torino abbiamo l’assessore Curti che in questo suo impegno, versa molte energie ed intelligenza e bisogna riconoscerle grandi successi, é che l’integrazione non é una cosa che si fa solo per proclami o nei palazzi, l’integrazione vera va guidata e non solo “tollerata”. Per questo Fassino, prima di parlare ci dica quando è stata l’ultima volta che ha fatto visita ai suoi cittadini abitanti del campo nomade della Continassa.

Si ricordi , signor sindaco, che in quelle quattrocento persone non c’erano immigrati, presenti in tanti nelle assemblee che si stanno facendo per l’Italia sulla raccolta firme per la cittadinanza ai bambini nati nel nostro paese, ma c’erano cittadini nostri, italiani ai quali il nostro impegno sull’integrazione non é arrivato. Su questo credo ci sia da riflettere e terreno su cui misurarsi ed impegnarsi.

Per rendersi conto di quando affermo provi a leggere il link che segue, interessante la data sulla busta che ho ricevuto. Si renda conto che non c’é molto lavoro fatto alle spalle.  http://it.paperblog.com/la-testa-e-la-pancia-533518/

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la cittadinanza agli italianisto pensando al fatto che per far parlare della cittadinanza ai bambini che nascono in Italia, sia dovuto esplodere il Presidente della Republica e non il buon senso delle persone di fronte ad una ingiustizia palese. Coloro che nascono non debbono conquistarsi il diritto, lo hanno in quanto nati! Noi stiamo facendo qualcosa non per farglielo ottenere, ma per battere una a legge sbagliata che impedisce l’esercizio di questo sacrosanto diritto.

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