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Archive for settembre 2011

Secondo tempo

Il fischio da bordo campo taglia l’aria umida della mattinata settembrina. Sull’erba del campo della chiesa di Coazze, un milione di perline luccicanti, aggrappate ai fili verdi dell’erba del piccolo campo di calcio,  fanno capire che l’estate é ormai andata, anche se una scia di giornate calde e dolci, stanno accompagnando l’uscita del mese dal calendario del 2011. Tra qualche giorno settembre se ne andrà, con l’odore dei mosti ed il verde delle fronde dei castagneti che cominciano ad arrugginire, alle notti umide della Valsangone, rotto dai laschi tonfi delle castagne che cominciano a cadere. Il fischio dell’allenatore viene colto all’unisono, da tutte le orecchie tese nella silenziosa lunga attesa. Due settimane senza giocare al pallone.  Avevamo deciso di non stare più in questa situazione, ma poi, il rapporto che si è creato con i ragazzi manca anche a noi, l’allenatore si è riempito il cofano di palloni ed ha preso il suo fischietto ed é salito, anche lui su ad aspettare i giovani neri a Sangonetto, tutto come prima.  Sono state due settimane di telefonate in discesa, i ragazzi han consumato le loro schede telefoniche  per chiedere il motivo di quel lungo tempo di intervallo, del perché era stato interrotto quell’unico momento ludico, che aveva permesso loro di poter praticare uno sport, uscire dall’isolamento dei boschi su a Forno, di aver potuto conoscere tanti giovani indigeni, di fare amicizia con tanta gente, di essere ospiti a spaghettopoli di Giaveno e a “gnocchi in piazza” nel San Rocco del Freinetto. Pochi sono stati coloro che si erano accorti quanto fosse importante per loro poter giocare a pallone. Pochi, ancora meno, quelli che si erano impegnati per poterglielo consentire. Strano, invece, l’impegno di alcuni di quelli che avrebbero dovuto farlo, ma non sono riusciti a regalarsi la possibilità di incontrarli e conoscerli, di fare qualcosa per loro che avrebbe, immediatamente, fatto stare meglio anche chi sapeva dare. Giorni di freddo, non tanto nel clima, quanto nel cuore di chi, pavido di fronte a chissà quale rischio personale, aveva stoppato quel pallone per far smettere la partita. Sono stati proprio loro, i ragazzi di borgata Ferria, a riconquistare il pallone per poter rigiocare. Il pallone, il campo e molto altro. Una conquista di dignità e di coscienza. La coscienza di essere persone, stanche di vedere giocare sulla propria pelle, battaglie di altri tese alla conquista( in Libia come dappertutto) di fette di potere e di rappresentatività. Loro hanno deciso di rappresentare se stessi, così come avevano già fatto nell’articolo “La preghiera tra i boschi”. Stanchi di questi giochi sulle loro spalle, si sono riconquistati l’uomo che li allenava ed il suo fischietto, ed ora, appena il fischio aveva segnato la fine della lunga pausa, tutti avevano applaudito e si erano messi a correre nel campo attorno al pallone che sembra coinvolto gioioso in una danza viva e volontaria. E’ iniziato il secondo tempo nel campo. La partita dell’integrazione guidata é ancora tutta da giocare.

L’Associazione Culturale Emigranti SanPaolesi nel mondo continuerà ad impegnarsi e misurarsi su questo campo. Vediamo chi vince la partita….

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Un libro leggero da leggere e così reale del nostro quotidiano, ” La solitudine dell’ala destra” di Fernando Acitelli, parla delle grandi gesti sportive, mai raccontate, di coloro che, per ruolo, sgroppavano sulla fascia destra per crossare al centro, dove il centravanti aspettava il cross sul quale, se segnava il gol, gioiva e diventava l’eroe, se invece non segnava, la croce veniva gettata addosso all’ala che aveva crossato male. Si racconta di come alcune figure, nella storia delle cose, assumono, con una santa pazienza, un ruolo che, se svolgono in modo eroico, gli darà un pò di fama fatua, se no li condannano all’oscurità per sempre. Un esempio per poter, figurativamente, capire meglio: Nel Cagliari di “Rombo di Tuono”, Gigi Riva, c’erano giocatori di prim’ordine come Albertosi, Cera, Martiradonna, Gori, Niccolai, Domenghini, Nenè e, chiaramente tanti altri che neppure io ricordo. Bene, tutti sappiamo che Rombo di Tuono, finalizzava il gioco e la fatica di altri, ma lui arrivò in Nazionale, e poi ci rimase come dirigente (è ancora lì). Degli altri, quanti si ricordano?

Così và il mondo, così succede anche nelle altre cose del mondo. Nessuna meraviglia quindi, se questo é successo anche nella povera, sconosciuta e che rischia di essere solo un aborto, Casa dei Popoli di Giaveno.

Qualcuno si é appollaiato sul trespolo aspettando che altri scuotessero l’albero per far cadere le noci. A lui doveva bastare raccoglierle ed aprirlo per godere del frutto.

Qualcun’altro, ancora più folle, sul trespolo annotava (solo) tutto ciò che si voleva vedere  per segnalarne le virgole e i punti e, se uno vuole cercare l’ago, alla fine lo trova. Trovare il modo di fermare quello che altri stavano facendo, questo era il problema? Iil risultato è che ora, la operosità di cui si era dimostrata capace la piccola e malnata Casa dei Popoli, si é fermata. Non solo questo é successo, ma anche quest’altro: Costringendo sè stessi a dimostrare come e cosa sono capaci di fare, sono scesi giù dal trespolo e….fin’ora niente. Mentre sul trespolo ci é salito chi prima faceva ed ha preso a controllare la pista di decollo: se qualcosa non funziona come deve, la cosa finirà per essere ridiscussa chissà dove. Intanto non c’é più nessuno che porta palla e crossa, la partita é ferma. Qualcuno potrà dire che l’ala si rifiuta di fare il suo lavoro da crossista, ma dovevo far notare una cosa: quella era l’ala destra, questa é quella di sinistra. Non avezza a farsi sottomettere e  strumentalizzare. Disposta a collaborare, a partecipare al gioco e, qualche volta, fare gol per conto suo.

Intanto che la partita é ferma però, nessuno é autorizzato a dimenticare che lassù a Forno c’erano trentuno(31) persone(PERSONE) che attingevano acqua dalla fonte della Casa dei Popoli, di coloro che operavano.

Ora sono spettatori infreddoliti e abbandonati da coloro che dovevano giocare una grande partita. E’ inevitabile porsi una domanda: Era questo il modo, l’obbiettivo da perseguire? é in questo modo che le “regole”, quelle leggi che  dovevano ritmare la vita  degli abitanti della Casa dei Popoli di Giaveno, possono “far muovere il gioco?”

Qualcuno si ricorda di tre donne incinte che aspettano, insieme a un bambino, che la solidarietà umana fornisca loro una culla, qualche indumento per il nascituro? Chi si preoccupa di capire quando riprenderà la partita sospesa? In campo si vedono solo giocatori rivali, dell’arbitro neppure l’ombra.

Eppure c’é chi giura di averlo visto arrivare sul campo, ma si deve essere sbagliato, era l’allenatore di una delle squadre: quella che prima stava sul trespolo.

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“La fermeranno…La fermeranno…”

Era fastidioso starlo a sentire. Era come una vibrazione nell’orecchio; la sindrome di Marnier…mi pare. E’ sempre così quando senti qualcosa che tu sai di sapere, ma che vuoi far finta che non esiste o…che è troppo presto per darle ascolto. Il signore che me lo diceva, era venuto apposta nel luogo dove sapeva di incontrarmi, per mettermi sull’avviso:

” La fermeranno…” me lo disse più volte e, sembrava che si fosse tolto un peso dallo stomaco. Voleva dirmi che ammirava quello che stavo facendo, avrebbe voluto farlo con me, ma il ruolo che ricopriva non glielo consentiva. Così era sceso, ben presto quel mattino, al punto di incontro dove attendavamo i ragazzi per portarli a giocare a pallone. Aveva voglia di parlare con me, quell’incontro non era casuale, come avevo pensato in un primo tempo. Fece un piccolo giro intorno all’argomento, poi lo affrontò in modo diretto…per quanto poteva.

” Sta facendo qualcosa di buono…” mi disse ” …ma non glielo consentiranno a lungo…la fermeranno.”

” Come potranno?” gli chiesi “… non chiedo niente a nessuno, facciamo colle nostre forze…perché dovrebbero fermarci?”

” Perché quello che fa é giusto, perfino bello e…funziona, ecco perché la fermeranno!”

Ora il suo tono era concitato, sembrava stesse violentando se stesso per potermelo dire…come se si stesse liberando. ” La faranno andare ancora un poco avanti, ma poi la fermeranno, vedrà!”

Poi se ne andò a svolgere i suoi compiti, il suo dovere.

Sapevo che se lui conosceva così bene con certezza quel piano, forse ne faceva parte lui stesso. Troppo preciso, sicuro…e poi…un sindaco!

Restai non poco sorpreso da quel comportamento, sembrava aver voluto testimoniare che lui non voleva, sarebbe stato dalla mia parte, ma non serviva a niente; ci avrebbero comunque fermati alla fine. Mi chiesi chi. A chi davamo fastidio? Ma anche su questo aveva voluto darmi una sua testimonianza. Aveva buttato in mezzo alla breve discussione, il nome del potente locale al quale non piaceva molto quello che stava succedendo. non gli piaceva sopratutto perché non lo poteva gestire lui. Noi, ignari delle sue preoccupazioni, eravamo lontanissimi dal suo mondo.  Così ci avrebbe fermati…

Passarono delle giornate e delle settimane, senza che ripensassi mai a quell’evento. Ma poi…

Alla ripresa delle attività di confronto col direttivo, le cose si presentarono proprio in quel modo. Il presidente, sempre informato su quello che facevamo e d’accordo a parole col nostro agire, aveva completamente ribaltato lo schieramento e si era alleato col fronte di opposizione interna. A guardarla da fuori proprio non la capivi quell’alleanza, stonava. Quei due non si assomigliavano in niente, eppure mi stavano facendo la fronda. E non solo a me, non poteva essere un mero fatto personale: tutti coloro che lavoravano con me sul supporto ai ragazzi venivano travolti senza tenerli in conto minimamente: veniva spento il fuoco e rimessa al buio la scena. Pazzesco questo, avveniva in un contenitore vuoto dove ognuno avrebbe dovuto riempire il suo spazio con iniziative, cose fatte ed invece…coloro che non avevano nessuna voglia di fare e non avevano fatto niente in quattro mesi, si lamentavano di quello che io ed altri avevamo accumulato alle spalle…cose fatte per gli altri: raccolti indumenti, bici, televisioni, ospitate, indumenti sportivi e  partite di calcio, stavamo cominciando a portare su roba infantile per le donne incinte….

“La fermeranno…”

Pazzesco pensavo…riempiono i loro vuoti con scartoffie, burocrazia…eravamo nati per cambiare qualcosa in un mondo che sta soffocando in questa muffa e ci siamo impastati in documenti, discussioni e…fogli di carta…

Non han capito una mazza!

Ed io che non mi raccapezzavo a cercare di legare gli intenti di quei due alleati così strani ed improbabili: ” cosa li lega?” Mi chiedevo e non capivo. Li lega uno scopo preciso, non casuale: fermarmi.

E poi? Non é possibile pensavo: ” Se fermano me, fanno morire la Casa, a che pro?”

Ecco: quella che io credevo una domanda, era la risposta: allo scopo di fermarmi e basta! Non me lo aveva forse detto l’uccellino?

 

“Le scartoffie sono il liquido imbalsamatore della burocrazia, e mantengono un apparenza di vita e di azione dove non ce n’é.”

Robert J. Meltzer

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