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Archive for agosto 2011


Trentuno giorni, un mese

 

Trentuno giorni vissuti in quella morte

che ti cancella lasciandoti la vita.

Di case divorate dalle bombe

e  dei rintocchi cupi alle porte;

di Giuda che ti vende ai suoi soldati.

Trentuno giorni nella terra di nessuno

in un dedalo che ha una sola uscita

sulle onde di un mare sconosciuto.

Trentuno giorni in cui rivivi la tua storia

un’altra volta, prima di scordarla.

Trentuno giorni , un mese di paura

che non hai provato neppure nel deserto,

dove colei (kifo) che predava le anime

e seminava i corpi senza vita nella sabbia

ha lasciato il suo silenzio nel tuo cuore.

Trentuno giorni, trentuno storie vere

trenta rintocchi ed un piccolo eco,

trentuno giorni, trentuno facce nere

trentuno giorni di pianto e qualche sorriso.

Dopo, un futuro in salita che sembrerà discesa.

 

Thirty days a month

 

Tthirty-one days lived in  that death

to delete you but leaves your life.

Houses devoured by bombs

and at the raucous knock  at the doors;

of Judah who sells you his soldiers.

 

Thirty-one days in the anybody land

in a maze that has only one exit

on the waves of an unknown sea.

Thirty-one days in which to relive your story again,before you forget it.

 

Thirty-one days, a month of fear

that you have not tried even in the desert,

where she (kifo)  that preyed the souls

and sowed body one life in the sand

has left his silence in your heart.

 

Thirty one days, thirty one true stories

thirty chimes and a small echo,

thirty-one days, thirty-one of black faces

thirty one days criyng and some smiles.

After a climb that future will look down.

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In una situazione mondiale economica quanto meno incerta, se non di bancarotta,  in una situazione di incertezza politica, in quasi tutta  la totalità degli Stati ricchi del mondo, diventa più difficile per chiunque, trovare la forza o la voglia, di mettersi a dar vita a delle iniziative umanitarie, di sostegno a quella massa umana di persone, costrette a scappare dai paesi dove si muore di fame. Se queste persone approdassero in una altra qualsiasi Nazione del mondo, gli aiuti umanitari che noi italiani, saremmo in grado di raccogliere e di inviare, sarebbero sicuramente maggiore a quelli che stiamo facendo qui, nel nostro paese. Qui stiamo a discutere quotidianamente su se è giusto aiutarli o no, se devono rimanere al sud del paese che li accoglie senza affondare i barconi, o è giusto dividerli ed accoglierli in tutte le regioni del paese. Nella trasmissione del 29 Marzo di quest’anno, il Presidente della Lombardia Formigoni, diceva che bisogna distinguere tra chi fra questi profughi, “…fossero davvero esposti al rischio di perdere la vita nel loro paese. Se lì esiste la pena di morte, se ci fosse davvero la guerra, in questi casi dovremmo accettarli come profughi e concedere l’asilo politico. Ma se queste opzioni non fossero contemplate, se costoro fossero solo emigranti…dovrebbero essere rimandati nei loro paesi. ” Insomma, se qualcuno rischia di essere ucciso da una pallottola o una condanna a morte ok  li ospitiamo, se ad ucciderli fosse la fame, se sono migranti, si possono rimandare indietro a morire. Una nuova Ellis Island per coloro che cercano scampo alla morte per fame. Gli italiani dell’inizio del 1900 erano definiti dalla polizia addetta all’immigrazione, “…sporchi e pidocchiosi, scuri di pelle e ignoranti…”

Figuriamoci questi africani, che non parlano una parola di italiano(parlano francese o inglese, le lingue che facciamo studiare ai nostri figli a scuola sin dall’infanzia e che dovrebbero essere comprensibili in ogni nostra famiglia), arrivano praticamente ignudi e sono…proprio neri! Siamo in un periodo di crisi davvero forte, c’è davvero da preoccuparsi tanto da non essere in condizione di tendere una mano a dei nostri simili? Sembrerebbe proprio di si! Ma se ci mettessimo a guardare il nostro tenore di vita, quello che noi abbiamo e che difendiamo contro …coloro che possono minare il nostro status quo…

Io non credo che noi stiamo veramente prendendo in considerazione, la possibilità remota, di dare una mano ad un fratello. Penso che ci sono tante cose,  nel nostro quotidiano considerate necessarie, che sono completamente superflue e con il risparmio di quelle, riusciremmo non solo ad aiutare gli altri, ma perfino ad uscire da questa convinzione di crisi spaventosa e depressiva.  Si potrebbe tagliare quella corposa fetta di spesa per cellulari e ricariche, per ipod e corbellerie varie ( non le produciamo neppure noi) per accorgersi che le condizioni di avere un mezzo mantello da offrire all’altro lo troviamo. Ci farebbe perfino bene! Ci farebbe riflettere, ad esempio, sul fatto che, se la nostra vita è ridotta ad essere vivibile, solo, per questo ciarpame esteriore, forse non sarebbe giustificato averne tanta cura.

Lo dimostra il fatto che alcune persone, nonostante tutto, continuano a produrre impegno civile di sostegno ad iniziative in qualsiasi campo al fin di non perdere l’occasione che nasce dall’incontro. Si moltiplicano iniziative culturali e solidali, proprio dei momenti eroici, quelli in cui bisogna  fare resistenza. Mentre coloro che continuano a difendere le proprietà terrene come fossero state in dotazione con la vita dal Padre eterno in persona, vivono nella paura che il diverso, l’altro gli possa portare via qualcosa, derubandolo. Non solo nei momenti di difficoltà dividere spesso é moltiplicare. L’impegno civico e solidale non può essere un hobby da praticare nei momenti di grassa. Non potremmo mai ricordare con orgoglio coloro( e sono tanti) che hanno lasciato un esempio eroico nella storia: Schindler, e similari sotto il nazifascismo, ma anche Falcone e Borsellino contro le mafie, senza rifarsi continuamente al Figlio dell’Uomo.

Per questo ci deprime il fatto che l’impegno della Casa dei Popoli sia vissuto da tutti coloro che si sono mostrati scandalizzati per le lenzuola di Forno contro l’arrivo dei profughi, come un fatto privato, di pochi, perfino tra i suoi abitanti stessi. Se continua così, senza il sostegno di chi ne condivide a parole gli intenti, anche lo sforzo di coloro che hanno dato le loro energie finora, rischia di diventare sterile.

Si trasformerebbe di fatto in un fallimento. Il rischio strisciante di quella indifferenza in cui chi non ha dato niente trascina gli altri .

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Il Comune di Acceglio (Cuneo) chiede 830 immigrati a Lampedusa per non sparire

 

ACCEGLIO (CUNEO) – Pur di conservare le insegne comunali, un piccolissimo paese in provincia di Cuneo, vuole ospitare e regolarizzare 830 profughi di Lampedusa. Riccardo Benvegnù, sindaco di Acceglio, 178 anime, ha già scritto al suo collega in Sicilia. Nella lettera elenca le disastrose, secondo il suo punto di vista, misure della manovra che finirebbero per svuotare definitivamente Acceglio dei suoi abitanti. “Molti servizi, scuolabus, sgombero neve, raccolta rifiuti, sarebbero eliminati” col risultato di incoraggiare l’emigrazione verso le grandi città. Quello del sindaco è un grido di dolore, ma mostra, in piccolo, tutta la preoccupazione degli amministratori locali alle prese con una ristrutturazione imposta dall’alto che mette a repentaglio la sopravvivenza di molte comunità.

La proposta imbarazza il presidente della Provincia, la leghista Gianna Gancia, compagna di Calderoli. Per ora non ha commentato ma tutti ricordano la strenua opposizione all’accoglienza di 60 profughi di Lampedusa a Prato Nevoso: pretese che la loro permanenza durasse al massimo 15 giorni. Bernardino De Rubeis, primo cittadino dell’isola, ovviamente loda l’iniziativa. Ma pensiamo se l’iniziativa, nata come una provocazione, venisse adottata da tutti i comuni che  a stento raccolgono 1000 abitanti. Insomma dove si rischiano abbandono e solitudine si interviene a un ripopolamento virtuoso, alleggerendo il sovrannumero di immigrati che in altre realtà preoccupa la cittadinanza locale. Si tratta in fondo di una virtuosa e pragmatica allocazione delle risorse umane.

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« Convalido l’iscrizione di questo blog al servizio Paperblog sotto lo pseudonimo Casa dei Popoli Giaveno

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Gnocchi in piazza

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http://www.youtube.com/watch?v=anAoslGGXwY

Doveva essere una serata normale. Una serata di gnocchi da mangiare insieme, come ogni anno, nella piazzetta della borgata. Come ogni anno, tanto per stare insieme, potersi salutare dopo un anno di lavoro in città e di una vita isolata, per coloro che restano ad abitare un pezzo del paese sui bordi del suo confine. Doveva essere così anche quest’anno: col solito Andrea Tasso ad organizzare il nugolo di ragazzi sempre più giovanotti e signorine, che partecipano pienamente, per non restare avvolti dal troppo silenzio, là dove le case sono rade e le ombre dei castagni e dei faggi già avvolgono, con le loro ombre lunghe, la piazzetta del Freinetto, nei pomeriggi d’agosto. Questo doveva essere, senza che nessuno si aspettasse o volesse niente di diverso da quello che era stato negli anni precedenti: Un piatto di gnocchi in piazza, per stare insieme. Ma questo paese, Coazze, insieme alla capacità di far rinchiudere anche i più esuberanti in un silenzioso intimo raccogliersi nel proprio privato, ha anche quella di rimettere nelle mani di ogni persona, il proprio arbitrio. La scritta sul suo campanile, letta in positivo, lascia campo libero: Ognuno a suo modo.

Così il vitale Andrea, sfatando la leggenda che vuole il Tasso un tenace dormiglione, pensa di fare una sorpresa a tutti i convitati: Invita alla serata, gli amici conosciuti sul campetto della chiesa di quel famoso campanile con la scritta. Ha già combinato qualche partita con loro, stretto un rapporto quasi di parentela col loro allenatore, tal Renzo Bertino da Giaveno e, come due compagni di merenda che ne stanno architettando una bella, s’inventano una nota di colore, per ravvivare il piccolo borgo. All’inizio è sempre così: i forestieri se ne stanno un pò in disparte, discutendo forse tra loro di questo strano paese in cui sono capitati non per loro scelta, mentre i borghigiani si salutano tra loro e smorzano qualche sorriso all’indirizzo dei nuovi arrivati. Guardano incuriositi quella macchia di colore che si staglia come una mora, contro il muro della casa di fronte. Poi qualcuno deve pur smuovere l’acqua nello stagno e, visto che é nata proprio per perseguire questo obbiettivo, ci pensano il presidente ed il vice della Casa dei Popoli di Giaveno. Al megafono dei Giovani Freinettesi ( ma si dirà così?) il vicepresidente della Casa spiega in qualche modo il motivo della loro presenza e quella dei loro ragazzi di Forno “… Siamo nati per disturbare il sonno altrui…per promuovere e incanalare l’incontro di culture e popoli diversi...”  Mentre don Luciano Allais lo sorregge con la sua presenza tranquillizzante e poi…E poi basta…siamo qui per mangiare insieme: mangiamo. la macchia di colore si sposta dal muro della villa e si dilata su tre tavoli, i borghiggiani e i villeggianti si stringono intorno ai tavoli vuoti circondandoli e i ragazzi e le fanciulle cominciano a sfilare tra i tavoli con i vassoi di pane e salame e con…piano con quel vino! Serata e Cena scorrono via veloci, mentre un dj improvvisato lascia partire da dietro un angolo che lo cela alla vista, un pò di musica a rallegrare la serata. Per una volta anche loro disturbatori di un sonno abituato a prendere i residenti alle prime ore del calar delle oscure ombre delle giovani notti di Freinetto. La macchia di colore ospite della serata, comincia ad ondeggiare, loro alla musica non sanno proprio come fare a resistere. Qualcuno si stacca, dal gruppo e comincia a conquistare fazzoletti di spazio di quella terra che li ha accolti con sospetto, persino con un poco di ostracismo. Silvius  si accaparra il microfono e la macchia lo circonda. Cantano timidamente una delle loro canzoni, voci tribali si infiltrano tra le case della borgata sperdendosi nei boschi, cantano e ondeggiano, qualcuno si attarda, ma tutti si stringono intorno al fratello, per non lasciarlo solo e non restare isolato. Sembrano le sardine quando fanno il pallone…il canto diventa una seconda canzone e poi un’altra, in un crescendo di gioia e di battimani. Poi entra in scena Ogogo, il giovane africano è fisicamente un guerriero. La sua donna (vent’anni o poco più, in attesa di un figlio)  lo ha preparato alla serata riempiendogli la testa di treccine che lo rendono ancora più agreste. Sembra  Mandinga (gigantesco guerriero cinematografico degli anni settanta del secolo scorso) e, proprio lui, comincia a chiedere al dj di mettere un pò di musica africana. I giovani italiani sono ( grazie a Dio) di larghe vedute e concedono al loro ospite uno spicchio del loro territorio, la musica tribale comincia a rodere il silenzio, si espande e…Mandinga balla. Balla come se fosse l’ora del suo spettacolo e trascina gli altri, i suoi amici ed anche i suoi nuovi amici in una voglia di ballare e di divertirsi. Lui fa girare intorno a se tutta la gioventù italiana, abbraccia una ardita signora e la fa volteggiare regalandole un ricordo di gioventù, uno spumone… le macchie si confondono, quella bianca e quella nera ora i mischiano e si riformano, e non sono più macchie di colore distinte:sono solo giovani tra giovani, persone ed altre persone non altre. Sono solo loro: tante persone insieme, quella che qualcuno chiama gente. Ed Andrea Tasso,  viene travolto dalla sorpresa ricevuta da quella che lui aveva pensato di regalare agli altri. Non è stata una serata di gnocchi in piazza, non solo, ma non è stata nemmeno una serata speciale. E’ stato solo quello che succede normalmente quando due culture si incontrano e si conoscono, non osteggiandosi a vicenda. Senza supremazia, rispettandosi.

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Ci sono alcune cose degli scontri che stanno avvenendo a Londra, che ci riguardano direttamente, almeno, riguardano la motivazione della scelta che facemmo come uomini di fondare la Casa dei Popoli e cioé: Guidare l’integrazione razziale e culturale, che oggi ci impone il mondo globalizzato.

 Non é più possibile difatti, affidare al caso, che le nuove persone, che arrivano sul territorio di una Nazione, siano lasciate a se stesse, nel cercare di scoprire quale è il posto che vanno ad occupare ed in che modo questo debba avvenire.

In verità, la Casa dei Popoli ha un presidente, Luciano Allais, che questo ruolo lo ricopriva  sin dagli anni a cavallo della metà del secolo scorso e fino a poco tempo fa, ma riguardava la grande ondata di emigranti provenienti dal sud della penisola verso le città del triangolo industriale. Italiani in Italia, con tutte le difficoltà di una integrazione mai completamente serena.
La Casa dei Popoli é da mesi impegnata a fondo con i giovani africani giunti a Forno di Coazze, su iniziative che tendono proprio a questo scopo. Non può bastare, difatti non é mai bastato, che noi ci si senta assolti, nel consentire ancora, che la questione “immigrati sì, immigrati no”, sia lasciata solo a chi professa una chiusura o una apertura totale. Non ci deve più bastare sentirci dire che gli immigrati (parola inadatta) “rubano il pane dalla bocca dei nostri figli” non é mai stato così e lo sappiamo tutti. Gli emigranti portano con sè sviluppo commerciale che produce nuovi  lavori, rilancio economico. Ma non ci deve neppure più bastare sentirci dire che gli emigranti“servono: poichè senza di loro molti lavori, utili  ma invisi ai giovani italiani, non sarebbero possibile svolgerli” non ci dobbiamo far bastare il fatto che loro ” servono per pagarci le pensioni e per badare ai nostri vecchi”. Gli emigranti sonopersone ai quali va data, insieme alla residenza, la piena cittadinanza. Dopo che uno Stato, avrà accertato la dignità di persona che garantisce loro il permesso di risiedere sul nostro territorio, devono aver riconosciuto il diritto a sognare un futuro.
Ad essere considerati cittadini a tutti gli effetti, con pari opportunità di occupare i posti di cui si dimostrano degni e non pensati per sempre come supporti, alla nostra possibilità di mantenere i privilegi di popoli arricchiti, sul furto delle loro ricchezze. Dobbiamo capire che essere i pronipoti, i fratelli, i cugini, o solo i concittadini, di coloro che invadevano i paesi poveri per derubarli, sfruttarli ed impedire loro di svilupparsi, non ci assolve, anzi. Sarebbe come vantarsi di essere noi onesti cittadini, ma nipoti di nonni ladri. lo Stato confisca i beni di chi si é arricchito con affari illeciti, loro perché no? Siamo stati per secoli la parte ricca del pianeta, quella che avoca a sé tutti i benefici prodotti dalla ricchezza del mondo, questo non può essere più difeso con i fossati ed i coccodrilli, e neppure con gli aerei che bombardano la Libia. La ricchezza del mondo va redistribuita. Altrimenti sarà difficile non pensare che le città e le nazioni ricche,  possano salvarsi dalla rabbia di chi non può permettersi il lusso di sognare, di essere artefice del proprio futuro. Prima Parigi e la Francia ed ora Londra e l’Inghilterra. Volgiamo attendere che al Colosseo e a Roma, invece di una scatola di preavviso, sia davvero appiccato il fuoco? Per questo la Costituzione della Casa dei Popoli é importante, come lo é l’adesione di ognuno. Una delle possibilità che ha il mondo di evitare guerre fratricide e di assalti alla cassaforte delle ricchezze, é che ognuno abbia diritto di poter partecipare al banchetto. Con le proprie capacità riconosciutegli dalla propria competenza. Non più per diritto acquisito, per nepotismo.

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Mercoledì 10 agosto alle 18,00 al campo della parrocchia di Coazze, di nuovo una partita dell’amicizia tra gli “Africa Men” e gli “Amici  di Andrea” del Frainetto

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