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Archive for luglio 2011

Oggi, in chiesa, l’omelia di don Gianni racconta del miracolo dei pani e dei pesci. Chi non la conosce? Il nostro parroco, ha la capacità di rendere sempre attuali le sue prediche.  Mentre lui parla  scorrono le immagini  della collina piena di gente affamata, passano  davanti agli occhi come fosse oggi, appena fuori dalla chiesa. E le sue parole hanno un senso forte “…i  discepoli chiesero a Gesù di provvedere a dar da mangiare ai convenuti e Cristo disse loro: “dategli da mangiare voi stessi…”  Insomma  la parabola dei pani e dei pesci moltiplicati la conoscete tutti. Anche quelli che come me, sono stati lontani una vita intera dalle parole di un prete, dall’atmosfera di una chiesa. Quello che mi ha colpito oggi erano quelle parole che non conoscevo “…Potete dargli da mangiare voi stessi…” coincidono in un modo sconvolgente con quello che avevamo proposto come Casa dei Popoli, sconvolgente perché semplice e immediato: ” AGGIUNGI UN POSTO A TAVOLA” l’avevamo chiamata, e vi giuro che nessuno pensava al deserto e ai cinquemila accorsi al richiamo di Gesù, ma piuttosto alla canzone di Jonny Dorelli e alle sue parole.

Ma don Gianni ripete “...sfamateli voi… disse il Cristo…”  Ed eccoli li, davanti ai miei occhi, i profughi di Forno che mi sembrano attendere, isolati lassù tra i boschi, a dieci chilometri dalle parole di don Gianni,  che qualcuno li vada a trovare per prenderli per mano e dirgli ” Vieni fratello, ascoltiamo le parole di Cristo, io ti sfamerò. Dividerò col te il mio cibo, in memoria di quel miracolo…” Macchè…non è successo, non è mai successo che qualcuno salisse e aggiungesse un posto a tavolo la domenica. La nostra proposta non era “…ben definita…” secondo un abitante della nostra Casa. Già, avremmo dovuto definirla meglio…e se lo dice lui che è cattolico anzi… di più. Ma come avrebbe dovuto definirla Gesù quella proposta? Lui disse ai suoi discepoli ” ...sfamateli voi...” non c’era niente da definire. Fatelo in prima persona. Questo diceva, non aspettate che qualcun’altro lo debba fare prima di voi. Fatelo per cristianesimo, per solidarietà umana, per bontà. Fatelo per quello che credete sia più aderente alle vostre idee, ma fatelo. Chi aspetta di essere nutrito, non può attendere che  la proposta sia “meglio definita”   e…attenti…non credo che il cibo di cui hanno bisogno i nostri amici profughi sia quello della pancia. E’ vero, a tavola mangiano, ma è della vostra amicizia che si nutrono, del vostro tendergli la mano. Proprio come la folla intorno a Gesù. E se vi guardate bene intorno, coloro che hanno bisogno di una mano, diventano ogni giorno di più.  Non solo tra i neri. Siate pronti ad accogliere colui che arriva nel nome di Gesù. Siate pronti a dare una mano a vostro fratello, non aspettate che lo faccia qualcun altro per voi, non aspettate una proposta meglio definita. Non l’avevamo fatta solo per gli altri. Quelli della Casa avremmo dovuto tendere la mano…sfamare i convenuti su quella montagna…questo forse avrebbe definito meglio la proposta.

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http://www.youtube.com/watch?v=NJmS_05S5bU&feature=bulletin

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Salendo a Borgata Ferria una domenica mattina…http://www.youtube.com/watch?v=ZdLPt760kXM

Trovo strano che nessuno dei ragazzi africani sia per strada o davanti alla chiesa. Di solito c’è sempre qualcuno che parla al cellulare, o siede su gradini della chiesa a sfogare la rabbia di una discussione, qualcuno che ciondola per strada. Anche la Domenica mattina, quando tanti vanno a messa al santuario, qualcuno c’è sempre. Stamattina no, é tutto vuoto. Parcheggio l’auto e mi chiedo a chi lascerò le biciclette che ho portato per Prince e Janet, se sono tutti a messa, mi toccherà aspettarli. Oggi devo portare a casa con me, per il pranzo della domenica, quattro ragazze: Queen, Louise, Blessy e Doris,  la più giovane di tutte . Scendo dalla macchina e nell’aprire la porta, mi giunge un coro di voci esotiche, che sembrano discutere nel solito modo animato, a cui ho cominciato a far abitudine. Le loro voci colorate non mi spaventano più, il loro clamore mi è diventato familiare e i miei sensi si preoccupano di più quando non li sento ormai. Le voci mi giungono familiari ma strane, non riconosco le loro discussioni. In quel modo non le ho ancora sentite. Richiudo l’auto e scruto dopo le auto nel parcheggio e mi appaiono così, come li potete vedere in questo video, che ho immediatamente registrato: stanno pregando. Hanno sistemato due panche e si sono riuniti in preghiera. Comprendo la loro stanchezza di sentir recitare messe in italiano senza poter comprendere le parole, di restare muti, inattivi durante le funzioni religiose del parroco del santuario. Abbiamo potuto vedere nei film su Martin Luther King, che il loro partecipare ad una messa è parlare, cantare, battere di mani: partecipare attivamente. Ecco cosa stanno facendo: stanno pregando! Stanchi di essere da oltre due mesi fotografati con chiunque ha voluto, loro tramite, conquistare un piccolo spazio nella cronaca dei giornali locali. Stanchi di non poter cucinare le loro pietanze (sennò una ditta italiana perde il lavoro di preparare per loro cibi che non piacciono), stanchi di essere prigionieri nell’isolamento dei boschi( hanno un permesso di soggiorno che in teoria consente ad ognuno di loro di poter viaggiare su tutto il territorio nazionale, ma nella pratica devono firmare un foglio in cui dicono dove vanno e quando tornano. Ore di aria libera in città) stanchi di delegare ad altri preghiere che intuiscono non chiedono quello che a loro interessa (e che non fruiscono nessun effetto). Dopo essersi rivolti a chiunque gli si sia presentato come una autorità, che interceda per loro che vorrebbero una casa tra altre case, di convivere uomini e donne tra uomini e donne, un lavoro, hanno deciso di riappropriarsi almeno di quella parte della loro vita che produce ancora speranza: la loro fede. Hanno inventato una chiesa tra le auto e i castagneti, a cielo aperto, là, dove un prete lascia chiuse le porte della chiesa della borgata, per far messa per i turisti al santuario, hanno inventato un loro tramite diretto con Dio, uno che parla la loro lingua, che ha le loro necessità, che é loro, e si sono rivolti al Padreterno direttamente.  Hanno la voce forte, che si espande e dilata tra i rami dei faggi e castagni e che, forse, qualche probabilità in più, di arrivare davvero a Dio, ce l’ha. Pregano. Così forte, così in tanti, che un piccolo segno ce l’hanno immediatamente: dall’imbuto della strada che rigurgita ogni tanto una macchina piena di domenicali braciolanti provenienti dalla città, si notano, oltre i vetri dei finestrini, volti muti di meraviglia; non hanno mai visto una cosa simile, con quanto fervore pregano! Poi il piccolo segno divino, diventa più tangibile: un giovane italiano, uno di quelli che lavorano con (per merito)loro, uno di quelli che gli scaldano le vivande precotte e sedano le loro discussioni, si viene a sedere sulle loro panche, al loro fianco e prega con loro. E prima di “entrare” nello spazio dove si prega, si fa il segno della croce. Allora io comprendo che la cosa  funziona! I boyscout che risalgono dall’imbuto della strada ( anche loro arrivano da Torino, come i braciolanti), ammutoliscono nel passargli accanto ed una Daniela,  arrabiatissima vicina di casa, con alcuni di loro che continuano a gettare carte e bicchieri di plastica nella strada e che il vento trasporta nel suo orto, che nel vederli pregare, su un piazzale di parcheggio, si commuove e perdona, capisce e solidarizza, per la loro chiesa chiusa. E la loro voce si alza oltre i crinali, va verso l’Alto, a chiedere un futuro e una vita a chi, forse l’Unico che può davvero qualcosa. Visto che ad andar giù, in città, là dove contano gli uomini, non é cambiato niente per loro, negli ultimi due mesi.

http://www.youtube.com/watch?v=gVEcN31lEoQ

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Voglio scrivere un Libro, il titolo è quello dell’articolo. voglio parlare con chi mi legge, della mia esperienza nella Casa dei Popoli, di quella convissuta con i profughi africani ospiti della chiesa di Borgata ferria, su nei monti di Forno di Coazze, in Valsangone.

In questo libro, vorrei raccontare, una parte della loro storia, quella più vicina a noi, che più ci riguarda.

La storia di uomini e donne a noi sconosciuti prima, che il destino ha portato ad incrociare le loro strade con le nostre, per poter capire chi sono, come mai sono arrivati qui, nella nostra valle.  Da dove provengono e chi sono, ma anche per cercare di capire cosa noi dovevamo fare, cosa abbiamo fatto per comprendere se davvero noi siamo quelle persone che crediamo: gente capaci di tendere una mano al nostro simile, al nostro prossimo, o se invece, siamo molto più simili di quando vogliamo far credere, a coloro che esposero quelle lenzuola con quelle odiose scritte, con le quali hanno presentato il loro benvenuto a chi fuggiva da una guerra per salvare l’unica cosa che gli era rimasto:la  vita.

Presenteremo i nostri trentuno ospiti, dei quali possiamo pensare di essere diventati buoni amici, uno per uno, raccontando per ognuno di loro un mese di vita, trentuno giorni, un mese. Quello che hanno vissuto, o meglio quello al quale sono sopravissuti, per poter giungere fino a noi, in borgata Ferria di Forno di Coazze.

Tutti quelli che formano il gruppo dei profughi, sono emigranti.

Nessuno di loro è libico, sono emigranti di altre nazioni africane che hanno attraversato molti altri stati prima di giungere in Libia: il paese dove c’era lavoro e loro potevano inviare soldi alle loro famiglie per mantenerle. Erano scampati a molte morti. A quella delle guerre nei loro paesi, quella in attesa nei deserti, lungo i molti chilometri fatti quando sono partiti dalla Nigeria, dal Congo o dal Senegal. Quella che li ha rifiutati nella guerra scoppiata in Libia, quella che non li ha voluti in mare  tra le coste africane e Lampedusa. Si sentono dei miracolati, sanno che Dio non ha ancora voluti e accolgono questo beneficio come un segnale divino che per loro conserva, chissà dove, un nuovo destino, una vita vera.

Se sia o meno tra le pieghe della nostra bellissima Valsangone che si scriverà la loro storia nel futuro, dipende però anche da noi. Se il fato li ha fatti giungere qui, avrà un suo disegno, no? E a noi che parte ci riserva? Possibile che ci abbia riservato solo un posto in prima fila nel film della loro storia? Può essere che noi crediamo di stare ancora guardando i profughi da un oblò televisivo, come fossero a Lampedusa? Il fatto è che questo non è un film, ma vita reale. La loro e la nostra. E non è solo la loro che dipende da noi, dal ruolo che vogliamo giocare in questo spettacolo reale, è anche, ed io affermo con convinzione, la nostra vita che è in gioco: il modo in cui decidiamo di viverla, in che modo ci rapportiamo agli altri e a noi stessi: il nostro libero arbitrio. Quello che ci fa comprendere se a questi uomini noi concediamo un aiuto perché nostri simili o glielo neghiamo perché li vediamo diversi. Li vediamo ho detto, proprio perché sono neri. Perché sul sentirli non c’è nessun dubbio: sono proprio come noi, nostri simili, sono noi!

Conosciamo tutti la risposta a quella che sembra la domanda centrale della discussione: Ma noi non dovremmo avere il dovere di aiutare prima i nostri? Ed i nostri diventano tutti: i disoccupati, i cassintegrati, i nostri amici e i nostri figli, gli italiani prima e i…bianchi? Me lo ha chiesto la signora di uno dei negozi dei telefonini del paese, non prima i bianchi?

<<No signora…>> le ho risposto << non a me deve chiedere questo. Io sono nero, non si ricorda? Mi ha chiamato Napuli, africano fino a ieri, mi ha messo la sbarra…io sono un emigrante, uno di loro! >>

Io credo che non ci convenga sperare di dover provare la nostra capacità di aiutare gli altri, aspettando che una frana o una alluvione, travolga e scardini le case e le vite di una quindicina di famiglie della nostra valle per misurare la nostra solidarietà. Se il fato ci ha mandato loro per verificare il nostro polso, noi non ci dovremmo sottrarre alla prova.

Proprio in questo momento di grande difficoltà per noi?

Noi non potremmo scegliere un momento migliore per questa prova. La misura delle capacità umanitarie che vantiamo come popolo, non sono state create in tempi più ricchi di questi, ma in guerra ed in povertà. Solo l’egoismo che ci pregna ci fa pensare(ma non credere) che in questo momento non potremmo. Quando Cristo bussa alla porta, non possiamo dire: Abbiamo qualche difficoltà, ripassa!

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             basta inviare ( bonifico anche online e con carta di credito) 15,00 euro al codice iban sulla tessera

e comunicare il pagamento a casadeipopoligiaveno@gmail.com,

 la tessera (personalizzata col vostro nome e cognome)

vi sarà inviata all’indirizzo che ci comunicherete.venite ad abitare la casa con noi, tesseratevi e regalate una iscrizione tra gli abitanti ad un vostro amico.

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la squadra femminile della Casa dei Popoli

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