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Archive for maggio 2011

Già digerito, grazie!

C’è, nel nostro modo di vivere, una capacità digestiva del quotidiano, che ci dovrebbe dare da pensare. E’ come se qualcosa, molto simile al succo gastrico che produciamo, ci fa digerire qualsiasi idea, pensiero, progetto, come se appena pensato l’avessimo già realizzato. Basta questa sensazione ad appagarci e a farci dimenticare che non basta aver lavorato di mascelle, o di tempie, il progetto appena pensato resta tale se non lo si alimenta con l’azione, l’impegno continuo che nutre, fa crescere e trasforma l’idea in fatto. È una sorta di capacità preveggente che ci consente di “vedere” il risultato in anticipo e tanto basta ad affrancarci dal doverci impegnare davvero in quella tenzone che è, o almeno “dovrebbe essere”, l’impegno reale che plasma l’idea, rendendola storia.
Leggo questo nel comportamento dell’uomo contemporaneo. Anche il nostro. Viviamo tutti la vita nello stesso modo quotidianamente: ci alziamo dalla stessa parte del letto, ci laviamo i denti o ci radiamo ancora assonnati spaventandoci quando ci guardiamo allo specchio, prendiamo il caffè e cominciamo la nostra giornata come se ripetessimo sempre la stessa e siamo insoddisfatti di quello che vediamo in noi. Provassimo per una volta a scendere dall’altra parte del letto, scavalcando chi ci dorme di fianco, sovvertendo la vita, mai! Perché appena ci provi ci griderebbero” Ehi, cosa stai facendo?” “ Stò cambiando la mia vita!” dovremmo rispondere, ma la fatica di dare spiegazione, la voglia di farlo davvero, è soverchia. Perciò ci abbandoniamo al tran tran in cui gli altri, e noi stessi, ci riconosciamo.
Così l’entusiasmo con cui la Casa dei Popoli è stata partorita e, che sembrava aver contagiato chiunque avesse letto del parto ora, pare, si stia ritirando come l’alta marea. Quasi che ora dire “la Casa c’è, ed io ho aderito” basti a soddisfare il nostro bisogno di costruire davvero un luogo da dove si riparte per una umanità nuova e diversa. Forse è per questo che il nostro invito ad aggiungere un posto a tavola per ospitare una coppia di giovani africani, arrivati da poco a Forno di Coazze, ha avuto tanti applausi e poche adesioni, anzi nessuna. Neppure gli abitanti iscritti alla Casa hanno dato la loro disponibilità! Ve l’ho detto: mangiato e digerito.
Come se essere dalla parte dei buoni, contro le lenzuola becere dell’accoglienza avesse assolto tutto il compito e l’onere, che ci eravamo assunti. Il mio compito io non lo sento affatto assolto: mi sono proposto di essere un disturbo del vostro sonno ed è quello che intendo essere. Ogni giorno la nostra mente digerisce disgrazie e omicidi incredibili, ogni giorno ci arriva una nuova razione di misfatti inconcepibili che solo la nostra abitudine consente alla nostra coscienza sopita, di sopportare e vivere come normali fatti quotidiani. Ogni giorno da qualche parte della terra comincia una nuova alba e il sole nuovo sorge, asciugando le gocce di rugiada che la notte ha fatto scendere sui fili d’erba. La nebbia si dirada ed esce il sole, il tuono scuote il cielo mentre il lampo lo fende. Ogni giorno qualcuno si incanta coi colori dell’alba e del crepuscolo in questo eterno girotondo del nostro pianeta. Questo regalo che è il creato, ci ha dato la certezza che sarà per sempre. Ma noi no! Un giorno l’alba non incontrerà i nostri occhi e, da quel giorno, non li incontrerà mai più! Perciò io voglio guardare a quello che vedo come se fosse sempre la prima e l’ultima volta che lo vedo. E con la stessa meraviglia voglio guardare a quello che mi sono messo in testa di fare: rivoluzionare la mia vita! Non mi farò bastare più l’aver pensato a cambiarla la mia vita come se questo mi appagasse. Voglio farlo davvero! Non mi basta cantare “Aggiungi un posto a tavola” e non mi farò bastare il plauso ipocrita di chi crede di averlo già fatto perché l’ha pensato. Servono quindici famiglie per ospitare due giovani africani la domenica. Proprio dopo che saremo andati in chiesa per sentirci più buoni. La mia sarà l’unica? Devo pensare che vivo tra persone dotate dello stomaco di uno struzzo?

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https://associazionemigrantisanpaolesinelmondo.wordpress.com/2011/05/25/la-casa-al-varo/

La Casa dei Popoli

Va bene, la nave è partita.

Al Varo non c’era tutta la gente che avremmo voluto ma si sa, quando si parte per una avventura culturale, le menti ricettive si contano sparute tra le sedie vuote, a differenza delle frotte delle voci e colori di una festa patronale.

Coloro che staccano un biglietto per un viaggio simile, e puntano la prua verso mari aperti, sono menti libere, persone disposte a pagare il pedaggio per cercare l’avventura di saziare l’anima, di scoprire i loro limiti nell’essere uomini e donne solidali con gli altri. Capaci di mettere in discussione se stessi e la loro vita fin qui. Giovane o meno che sia.

Abbiamo detto che la Casa dei Popoli nasceva soprattutto per noi, per noi tutti, perché nei piccoli centri in cui noi viviamo, gli altri non esistono o, almeno non dovrebbero essercene. Gli altri abitano le grandi città, le metropoli, dove le persone si chiamano genti  e spesso hanno un numero al posto di un nome, non in paesi così a dimensione d’uomo come i nostri Comuni. Giaveno, al pari di Trana, Reano, Villarbasse, Coazze e Cumiana; così come Avigliana eSant’Ambrogio e gli altri paesi della Valsusa. In tutti quei piccoli paesi che di notte, dalla sacra di San Michele, sembrano un perlage di luci di un presepio, no, qui no, non ci sono altri.

Qui siamo noi che ci viviamo e noi siamo qualche Fernando, molti Giorgio, sparuti Biagio, tantissimi Michele, Luca e infinte Rose, Maria, Eva, Sandra e Claudia ed una lunga sfilza di nomi di uomini e donne che meraviglia come il cervello umano possa ricordare tutti dandogli un posto speciale ad ognuno, facendoli alloggiare dentro di noi, rendendoli parte di ognuno: Noi formati da quello che siamo insieme a tanti altri e noi dentro ognuno di loro. Questo nostro cervello è la casa di tutti quelli con cui veniamo in contatto e con tanti altri che la tecnologia moderna ci mette a confronto. La nostra testa è la casa di un variegato popolo che la abita. Noi non abbiamo fatto altro che questo: tirare fuori questo nostro mondo e metterlo in comunione con gli altri. Quello che è nostro nessuno ce lo può portare via; condividendolo con gli altri possiamo solo moltiplicarlo insieme alla ricchezza che si accumula dentro di noi, facendoci scoprire che abbiamo ancora tanto spazio da poter alloggiare senza fine persone, odori e suoni all’infinito. L’arrivo dei ragazzi di Forno, i profughi africani provenienti da Lampedusa, ci ha solo posto di fronte alla prova pratica di cosa siamo in grado di fare per gli altri, mettendo alla prova ciò che diciamo e che pensiamo sempre di essere in grado di fare, ma che mai sperimentiamo sul serio fino in fondo. Eccoci! Abbiamo risposto Presente! Alla prova di fuoco del nostro battesimo. Abbiamo realizzato qualche desiderio di giovani impauriti da ciò che avevano visto e che si ritengono fortunati per il sol fatto di essere giunti sani e salvi nel nostro Paese in festa per i suoi 150 anni di unità nazionale, e per i suoi 65 anni e oltre di pace. Abbiamo raccolto qualcosa per loro, fatto a meno di qualcosa per noi per condividerlo con giovani ai quali la vita non ha dato fin’ora niente, oltre che se stessa, e non siamo morti, nè abbiamo perso peso (purtroppo). Ora però vogliamo provare a fare qualcosa di più. Ora non vogliamo più fare qualcosa solo perché abbiamo noi la necessità di sentirci buoni. Ora noi DOBBIAMO  e VOGLIAMOP SUPERARCI. Da mezzo secolo il popolo italiano canta un vecchio successo di Jhonny Dorelli: “Aggiungi un posto a tavola, che c’è un amico in più…” questa era una canzone che piaceva ai credenti e ai compagni agnostici, li faceva sentire pronti e buoni entrambi, ma non mi risulta sia praticata da molti. Ora noi alziamo il tiro, vogliamo provare (e ci vogliamo riuscire), questo il nostro primo obbiettivo: VOGLIAMO TROVARE 15 FAMIGLIE CHE ALLA DOMENICA AGGIUNGANO DUE SEDIE A TAVOLA PER OSPITARE A PRANZO UNA COPPIA DI QUESTI GIOVANI AFRICANI. Riceviamo solidarietà scrivendo alla Casa dei Popoli per prenotarvi, per offrire il vostro sostegno e per potervi fare un regalo : due amici a tavola la domenica. Coraggio vediamo di che cosa è fatta la solidarietà italiana, facciamo onore alla nostra Nazione nel suo compleanno. Si ricevono iscrizioni scrivendo a:

casadeipopoligiaveno@gmail.com  oppure telefonando ai seguenti numeri:

Fernando Martella 333,3169237 – Marco Margrita 333,8489037 – Fulvio Fiore 348,2210849 Marco Ronco339,3087237, Biagio Delmonaco 348,2210849

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Grazie Marco

Grazie Marco

Abbiamo cominciato a muovere i primi passi, siamo abitanti di  una Casa che cammina. Marco ama dire “work in progress”. Lo dice bene lui, ama dirlo e, a volte, ama anche ripetersi, tanto gli piace. Abbiamo fatto già molte cose buone, anche da appena nati: siamo precoci. Bene. Alla prima salita però, proprio io ho  mostrato subito un pò di fiato grosso. Alla riunione di venerdì scorso, il 20 maggio, durante il tentativo di spiegare alle persone convenute per conoscerci (grazie a tutti!) i motivi di una nascita così importante, dopo la sua introduzione e le parole del nostro presidente: don Luciano Allais,  ho trovato più difficoltà di loro per comunicare il perché della nascita della Casa dei Popoli. Eppure io l’ho partorita questa iniziativa, ho percepito questa necessità del nostro territorio prima di tutti. La necessità di una simile struttura, nelle nostre valli, io l’ho intuita per primo, ho saputo coinvolgere gli altri, Margrita prima di tutti, salvo Biagio Delmonaco, con me sin dall’inizio. Allora perché non ho avuto la lucidità necessaria per poter spiegare ai presenti perché La casa dei Popoli? In realtà non penso che molti si siano accorti di questa mia difficoltà, anche perché questa non si é manifestata con secchezza delle mucose e mancanza di parole anzi, quelle ce n’erano fin troppe e più rumorose di sempre. Ed é stato proprio questo incessante rumore che mi ha fatto accorgere della mia inspiegabile difficoltà. Ero un padre che non sapeva presentare la suo figliola agli amici, allora? Solo un signore, il presidente di una delle associazioni consociate nella Casa, il presidente dell’A.Ge Piemonte Giancarlo Clara, più navigato del sottoscritto, ha denunciato questo mio affanno: ” Siamo La casa della Pace, della Democrazia, ed allora perché attacchi gli altri come se hai già intrapreso una guerra?” Ecco! Aveva visto oltre il fumo delle mie parole, aveva visto il mio nervo scoperto. Perché dopo aver partorito una idea di fratellanza e di pace io stavo aggredendo coloro che, secondo me, non sono in sintonia col mio modo di vedere le cose? Ci sono voluti due giorni e due notti, ed una messa in una chiesa ortodossa, perché io capissi: la mia mancanza di ossigeno quella sera era dovuta alla mia educazione, o meglio, alla sua assenza. Ho avuto un bagliore mentre in chiesa, ascoltavo persone diverse cantare in coro un inno a Dio. Non importa a quale Dio. Quello che facevano era che gli si rivolgevano insieme, capii, seguendo quel pensiero, che milioni di persone nel mondo, si riuniscono più di una volta al giorno, nelle preghiere che rivolgono al loro Dio.   Ecco cos’era saper lavorare con gli altri, non contro. Si, si può obiettare che insieme, in nome dello stesso Dio, tante volte, si sono armati contro gli altri. Si, ma quello che voglio dire è che c’è una loro abitudine, a pensarsi come componenti di una comunità, granelli di sabbia di una stessa spiaggia. Io no. Io mi sono sempre rivolto alle cose ( a Dio?) in modo individuale. Nell’esaltazione della mia libertà di avere un dialogo intimo, privato e diretto, col creato e col creatore. E la mia libertà,  anarchica nel suo manifestarsi, mi ha educato a credere che tutto ciò di cui abbiamo bisogno, è in qualche posto dentro di noi, basta saperlo tirare fuori. La stessa cosa che chi ha fede, chi da per scontato (ragionevolmente) che l’essere umano è un essere incompleto, che ha la necessità di legare ad altri la sua natura per potersi completare, chiama arroganza! L’arrogante convinzione di chi, una volta fissato un suo pensiero, si arma per difenderlo contro chi si prova anche soltanto a non condividerlo, pur senza osteggiarlo! E’ natura umana essere fragile, si vive errando per poter imparare. Ed ecco l’insegnamento che arriva nella serena accettazione del mio errore da Marco Margrita. In questo nostro incontro abitativo, lui  ha sempre dato  il suo contributo, badando alla locuzione positiva della nostra iniziativa. Si è sempre preoccupato di metterne in luce le idee costruttive senza dar molto peso agli errori di pronuncia virulenta degli strali miei e di Biagio Delmonaco,  contro chi non è in linea col progetto costruttivo di una Casa, che negli intenti  nasce aperta ad ogni persona,  ma che, alla prima battuta, attraverso due esperienze individuali ma molto comuni, trancia giudizi e sentenze sugli altri, chiudendo in qualche modo le porte ai cattivi. Probabilmente con questo modo di fare( il mio soprattutto  e quello di Biagio) si hanno due mani ed una pala per costruire, ed un buldozer per demolire. Insomma così non si va da nessuna parte e non si costruisce nessuna Casa.  Giusto era l’appunto di G. Clara: Una Casa della Pace, con la bandiera arcobaleno nella sua carta dell’abitante, non può dichiarare guerra a nessuno. Marco è un ottimo interprete di questo pensiero, ce lo ha dimostrato in più occasioni. Seguiamo il suo passo e faremo molta strada, la Casa si riempirà di abitanti amici.

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Iscriversi ora

 Iscriversi ora, subito, come abitante della Casa dei Popoli, sarebbe un segnale forte, apporterebbe nuova linfa ed idee quindi, se lo fate ora vale il doppio. Noi siamo per la convivenza civile che esalta la cultura di ognuno arricchendo tutti. Non abbiamo paura di perdere i nostri connotati o le nostre radici. Siamo ferrei nella loro difesa, sappiamo chi siamo e non ci smarriamo facilmente e se apriamo le nostre porte é perché l’aria nuova rigenera il sangue ed i tessuti.  A coloro che, per paura del diverso, si rinchiudono in una difesa ottusa di un paese che non c’è più, é rivolto il nostro invito:VIENI, PARLA CON NOI, abita la Casa insieme agli altri e scoprirai che nessuno qui vuole il tuo smarrimento. E’ ora di fare un cambiamento nella tua vita; non rinchiuderti in casa la buio pensando che se apri la tua vita agli altri, qualcuno ti deruberà di qualcosa. Siamo qui per darti quello che abbiamo, ed invitarti a condividere con noi la tua, viviamo insieme da tanti anni e non ci conosciamo, Non ti va di sapere chi siamo? Vienici a trovare, la casa é aperta…Metti il tuo nome a fianco del nostro nel registro degli abitanti, Non avere paura degli altri. Noi siamo gli altri.

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