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Quando le prime margheritine fioriscono, quando con la calura ti viene voglia di una fetta di anguria, quando i melograni si aprono sgranando i loro denti all’aria, quando…ah la neve col mosto cotto! allora la mia infanzia mi viene a trovare. Arriva incedendo piano, sembra che conti i passi, come giocasse a campana e, solo casualmente, si ritrova davanti alla mia porta. Io, invece, so che é biricchina, che quando arriva, anche se mi sorprende ogni volta, lei lo ha deciso molto tempo prima; é solo quel suo modo di procedere che le fa perdere tempo lungo la strada. Si attarda distratta dalle cose che incontra, i suoi occhi curiosi sono attratti dalle miriadi di cose che riescono a percepire mentre mi si avvicina. Io sono cambiato negli anni e lei, mi studia, cerca di comprendere quale sia il modo migliore di avvicinarsi a me, il momento più opportuno. Spesso la trovo seduta sul divano davanti alla televisione, aspettando che finisca il notiziario, dal quale mi vede preso. Altre volte mi accorgo che è da tempo seduta dietro di me sulla bici, mentre io e il piccolo Luca cantiamo a più riprese le canzoni che inventiamo durante i nostri giri, per le strade della campagna. Altre volte ancora la trovo quando esco a ritirare la posta che é indecisa se suonare il campanello o no. Sembra che abbia paura di entrare e trovarmi impegnato in qualcosa che non mi concede il tempo per lei.  A volte sembra che non osi disturbarmi per il timore che io sia in casa con qualcuno che lei non conosce, e se io sono impegnato? se io sto facendo qualcosa di importante? se il bimbo dorme? e se qualcuno pone delle domande su di noi, cosa rispondere? Così rimane in surplace davanti al mio uscio senza trovare il coraggio di entrare. Ma io so, io sento la sua presenza, il suo respiro, il suo fiato corto e indeciso ed allora poso il libro che sto leggendo, rimando qualcosa che può attendere e le apro. Mi accorgo che la mia infanzia teme, che essendo cresciuto, io non abbia più tanto tempo, per intraprendere con ella, quei viaggi fantasiosi che ci portano a rovistare nella memoria per ritrovare il bandolo comune che ci consentirà di riprendere i ricordi di quando eravamo ancora insieme.Oh si che é possibile che a volte succeda di non riuscirci; e quando avviene così, ci avvitiamo spesso in discordanze che non portano a niente. Così, dopo esserci stancati con tentativi di accordarci su un particolare che non concorda, lasciamo cadere la discussione ed io torno alle mie incombenze, che mi riprendono, mentre lei silenziosa si ritira. Spesso però, quelle volte che i nostri fili combaciano, che festa! si torna bambini insieme a ricordar ogni cosa! Lo trovo sempre il tempo per lei, non lo sa che temo che non mi venga più a trovare. Anche solo diradasse le sue visite, la cosa non potrebbe che farmi scontento. Non sa quante volte sono lì che chiudo gli occhi e l’aspetto. Oh no! non è che dormi, é che mi preparo, libero la mia mente affinché lei mi trovi pronto a prendere avido, quello che mi porta. Ah! quante volte cerco di indovinare cosa avrà per me questa volta, dove avrà scovato quello che mi racconterà. Non sa quanto io sia curioso di capire dove va a rovistare per trovare certe cose che io non ricordo più. Certe volte mi sorprende con ricordi che non sembrano affatto miei. Glielo dico, ma lei sorride dolce, ma non cede di un millimetro, quello che mi porta ogni volta é di certo mio.
– Sai cosa ti ho portato stavolta?- mi chiede increspando gli occhi, come se avesse paura che quello che mi dirà, insieme alla gioia, mi possa rendere triste, più fragile.
-Cosa?- le chiedo sapendo che sarà per forza qualcosa un pò dolce e un poco amaro.
– Il profumo della tua terra arata di fresco.- mi dice mentre cerca di scorgere di sottecchi che effetto mi fa.
– e poi ti porto le fuscelle di ricotta fresca di Francesco l’abruzzese, quello che si accampava alla “Posta” durante la sua transumanza-
Ah! l’odore della mia terra arata di fresco…la terra nera che sembrava fumare come un pane caldo, quando al mattino presto, il vomero della francese la rigirava sottosopra…potevi scorgere da lontano i vermi arancione sorpresi e messi a nudo dentro le zolle, ne indovinavo la presenza mentre seguivo l’aratro che il cavallo tirava allegro. Le allodole impazzivano nei loro voli verticali verso il sole e quelle strane discese a picco quasi a schiantarsi a terra, dove invece scendevano dopo aver individuato dall’alto la loro preda fresca. Quei vermi duri e lisci che chiamavamo i “puntaletti”, solo per il fatto che li infilavamo nell’amo delle tagliole per catturare gli uccelli.
– E poi ti ho portato il temperino rosso, te lo ricordavi?-
– Cerrrrto! come potrei dimenticare il mio primo temperino col manico rosso intarsiato di madreperla bianca?- non l’ho mai dimenticato il mio primo temperino. Non lo usavo mai per paura che le sue piccole lame, potessero rompersi per quanto erano delicate. Solo a primavera, quando la corteccia dei salici si staccava quasi da sola dai rami, io intagliavo i miei bastoni, che mettevo a seccare all’ombra. Ero fiero dei miei lavori con la lama piccola. Facevo dei ricami fantasiosi, spesso a spirale, nel ramo dei “lupacchi” degli olivi. Ne intagliavo profonda la buccia in maniera verticale ed orizzontale e poi tiravo via i quadratini di pelle dal ramo verde,ai quali facevo seguire un paio di anelli e poi coriandoli bianchi e verdi che col tempo scurivano virando al marrone.
Spesso facciamo delle passeggiate mentre continuiamo a chiacchierare tra noi. talune volte si ferma incantata davanti a qualcosa che lei non ha mai visto. Un giorno, mentre eravamo per la strada che lega la mia borgata al paese, mi ha chiesto di botto:
 – Cos’é questo?- si era fermata sul tombino, e ci stava ficcando la punta della scarpetta tra le fessure della ghisa.
– E’ un tombino! serve a raccogliere l’acqua piovana.- anticipai indovinando la sua domanda successiva.
– e dove la porta? si dove finisce l’acqua che va qua dentro?-
– Al mare, come sempre.-
Non mi chiese più niente,  muta al mio fianco a camminare.
– Ti ho portato anche della carta crespa azzurra-
– Ah si? e che ne dovrei fare?-
Mi guarda senza rispondere, fa un pò la punta con la bocca come i bambini che non sanno cosa rispondere.
-…la mamma ci faceva l’addobbo al filo della corrente e alla lampadina: la legava ogni tanto, formando come dei palloncini…era il lampadario che avevamo in casa. Ricordo che alla fine, quasi sulla lampadina ci faceva una farfalla…mi piaceva, ma d’estate si attaccavano le mosche e ci lasciavano tanti puntini marroni. Ogni tanto la sostituivano. Mia sorella maggiore aiutava la mamma a metterne su una nuova, mentre la piccola giocava coi ritagli e ci confezionava le vesti alla sua bambola di pezza.-
– Mi dispiace-
– Perchè? é un bel ricordo. Mi ha fatto piacere…-
Rifà la boccuccia a punta, il labbro inferiore più lungo.
– Piuttosto…- le chiedo -… mi piacerebbe sapere da dove arrivavi stavolta. mi fa sempre oiacere da dove arrivi quando mi vieni a trovare, lo sai.-
– Venivo da “Coppe delle rose” da sotto; ai “Casarini”, ricordi?-
– Perché stanno arando adesso?-
– Preparano la terra per la semina. Negli uliveti stanno cogliendo le olive. Tra poco il paese sarà inondato dall’odore dell’olio, dal rumore dei “trappiti”. Vuoi che ti venga a trovare allora?-
– Si certo.- le rispondo senza voce. So che mi sente. Chiudo gli occhi e vedo i “friscoli”, i dischi di filo di canapa che servono a separare e contenere la pasta delle olive molate dalle pietre che girano nella tramoggia. Ne fanno una sorta di torta sotto il peso di legno duro e ferro che viene stretto dal perno della vite senza fine, fino a strizzargli tutto l’olio che contiene. Quando riapro gli occhi, mi accorgo che la mia infanzia se n’è andata in silenzio. Tornerà ancora, torna ogni giorno e, spesso, più volte al giorno.
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Resilienza

 

Io amo l’alba,

l’ho sempre amata, è vero

perché ho sempre avuto questo pensiero:

In quel momento; quando il sole nasce,

agli esseri umani se ne esce,

un’idea creativa nella testa,

che poi durante il giorno, diventerà qualcosa.

 

Un barlume di speranza, un’idea furtiva,

Una proposta eccitante, un’aspettativa.

 

All’alba, per ogni essere  c’è un’avventura,

ognuno pensa: è la giornata mia! –

Crede d’esser Ulisse, un navigatore

e salpa da Itaca pieno di energia.

 

Ecco! In quel momento, quando di casa si esce

anche un bimbo che va all’asilo cresce!

 

Però ci sono giorni in questa vita

che appena metti il naso fuori l’uscio

ti becchi tra capo e collo una tranvata

e la magia d’incanto ti sparisce.

 

A volte basta poco, quasi niente

che la speranza evapori all’istante;

la fretta mette il sale nel caffè,

le chiavi che giocano a nascondino

una gomma sgonfia,

una macchina non parte,

una bolletta gonfia fatta ad arte

un diverbio con il tuo vicino

una fila che ti ruberà tre ore,

un esame sbagliato da rifare.

 

A volte è vero, non lo so capire,

dove finisce tutta quell’energia,

che all’alba sembra riempir la gente

e che viene sprecata inutilmente.

 

Basta un nonniente e solo in un istante,

svanisce quella bella sintonia.

 

E la giornata prende una brutta piega

Il posto di lavoro è una prigione,

la gente si trascina e tu li vedi,

gli manca la fiducia nel domani

pare non abbia più le mani e i piedi.

 

C’è chi si lascia andare e non gareggia

c’è chi pareggia senza giocar partita,

chi cerca un’ombra per non stare al sole

quello che scrive, non trova le  parole.

il musicista non trova lo spartito,

e su quel piano non trova più le note.

 

Sarebbe bello se quando uno si alza,

pensi a se stesso come ad una palla

e al primo no che sentirà in giornata

facesse un salto proprio come quella

che più cade veloce e più rimbalza

e se cade nell’acqua resta a galla.

 

Riprendere a suonar con più vigore

fa ripartire quell’avventura iniziale,

rimette in circolo quella magia fatale

che serve per suonar la sinfonia

di una storia piena di energia vitale.

 

Era il mese di agosto del 1970, quell’anno abbiamo abbandonato il paese per sempre.

In realtà, alcuni della famiglia erano  già a Torino da un pezzo, presso la casa di una delle mie sorelle maggiori, sposata ed emigrata in questa città da anni. Io e mia madre eravamo rimasti in paese ad aspettare che lassù trovassero casa e lavoro e poi li avremmo raggiunti.

Dovevamo anche attendere che mia nonna, la madre di mia madre, ormai da molto tempo a letto in fin di vita, si spegnesse, non potevamo di certo lasciarla, né tampoco portarla con noi.

In realtà io non sarei mai voluto emigrare, il lavoro in paese non mi era mai mancato, mi adattavo a qualsiasi cosa e riuscivo ad avere buoni rapporti con la gente con cui lavoravo, amavo i luoghi in cui ero nato e cresciuto, ero felice per piccole cose o quando pescavo con le mani il pesce nel Fortore, eppure me ne andai.

Ero emigrato in Germania nel 1965, seguendo mio fratello di due anni più grande di me.

Da allora avevo fatto su e giù a periodi, tra questi, vissi qualche mese a Milano, dove avevo raggiunto la mia ragazza del paese, il mio primo amore, anche lei emigrata con la famiglia al nord in cerca di una vita migliore. Ero tornato dalla Germania traumatizzato dall’esperienza,volevo togliermi l’obbligo del servizio militare, per poter vivere in Italia e così, appena finito, tornai a casa.

 

 Qui però le cose erano cambiate, gli amici erano partiti e le cose non erano più le stesse.

I paesi erano vuoti durante l’anno e d’estate i “ ciao neh?”, così venivano chiamati coloro che erano emigrati al nord, tornavano con le auto lucide e con i vestiti stirati e parevano pieni di soldi per potersi godere le vacanze al mare e correre su e giù con le macchine.

Così partii! Così partimmo tutti, con la convinzione che a nord o a sud, questo era comunque il nostro paese.

Arrivai a Porta Nuova, la stazione centrale di Torino, dopo un viaggio allucinante in treno con la febbre a quaranta, sdraiato su un asciugamano, nel corridoio di un vagone stracolmo di una umanità piena di progetti, velleità e tante scatole legate con lo spago, con mia madre e con le nostre poche cose e da quel momento mi accorsi che la mia essenza era cambiata: ero un terrone con la valigia di cartone! Torino, o meglio Grugliasco, fu subito per noi la casa, il lavoro ed una vita che giorno per giorno, si arricchiva di rapporti ed amicizie nuove. La mia mente di ragazzo emigrato, a secco di cultura, veniva trasportata verso mille avventure da stimoli nuovi ed eccitanti.

L’Italia in quegli anni era in fermento per i movimenti giovanili, che seguivano l’onda rivoluzionaria del “ Che “ e del maggio francese e si contrapponevano , sui posti di lavoro e nelle famiglie era tutta un’assemblea continua su ogni argomento: la libertà, il lavoro, la sessualità, la famiglia, il femminismo, tutte queste cose fecero su di me

una presa rapida come quella del cemento, ne fui travolto attraverso una ragazza torinese che veniva a dare volantini agli operai, davanti i cancelli della fonderia Westinghouse dove io lavoravo.

Dopo un po’ ero uno dei militanti del Manifesto e suo marito.

Mi ero sposato senza neanche accorgermene, lo aveva voluto lei ed io avevo semplicemente detto ok. Avevamo trovato un alloggio in una villetta con giardino ed orto nel quartiere di “ città giardino”, periferia buona di Torino, un paradiso per noi e per me che sentivo la mancanza della terra. Il proprietario era un anziano signore piemontese, contentissimo della sposa insegnante e delle mie estrazioni contadine per via dell’orto, ma…accidenti a quel piccolo particolare….ero un terùn e lui proprio non si fidava a darci l’alloggio.

Io non mi ci ritrovavo nella visione che avevano di noi immigrati gli indigeni, mi sembrava così strano che mi chiamassero “ napuli “  o  “ siciliano mafioso “ e poi, ma che voleva dire “ valigia di cartone ?”  Tutte le valige erano di cartone in quegli anni, solo i signori potevano permettersi quelle belle in cuoio! Eravamo allora come gli extracomunitari di oggi, senza mestiere,  senza casa e senza certezze.

Solo ora, dopo trentacinque anni di vita passati qui, comincio a sentirmi un italiano, non sento più quei nomignoli con cui venivamo  etichettati.

Questo credo sia dovuto all’arrivo di stranieri da fuori. Proprio mentre qualcunovoleva ridividere il paese in regioni, il mondo s’è rimischiato in modo tale che ogni paese è una torre di babele.

Oggi siamo noi ad indicare gli altri come: extracomunitari, ladri di lavoro, clandestini.

Proprio adesso che nessuno la nomina più, la mia mente va a ritroso a quella valigia di cartone e mi piace cercare di capire, cosa volevano dire loro e cosa voleva dire per noi quella valigia, quella fragilità nella quale chiudevamo insieme alle poche cose che avevamo, tutte le nostre speranze, tutti i nostri progetti insieme alle nostre paure.

Già, le nostre vecchie inconfessate paure  con le quali lasciavamo i nostri luoghi natii,  i nostri affetti e i nostri morti e quelle nuove che ci nascevano e con le quali venivamo accolti nei posti sconosciuti in cui arrivavamo, con gente che parlava un altro idioma e che esponeva cartelli “ affittasi a non meridionali “, per i quali tu eri solo un terùn, un napuli, un extracomunitario.

Ecco che cosa era la nostra valigia di cartone: la nostra debolezza, nostra come di tutti i poveri del mondo costretti ad emigrare per non morire d’inedia.

È strano, ma ancora oggi non amo le valige di cuoio, se viaggio lo faccio con valige di stoffa, colorate.

Ma se ho tanta roba da portarmi dietro, cosa che mi capita di rado, chiedo aiuto e pazienza ancora alla mia vecchia valigia di cartone.

il futuro é passato? N° 2…l’anno Milione

L’anno Milione, non sarà tra un milione di anni, ma é già qui ora e si rinnova giorno per giorno: dall’era digitale, stiamo vivendo nell’anno M (l’anno Milione)
Una volta (e sembra secoli fa) gli scienziati affermavano, che gli esseri umani stavamo usando solo una piccola percentuale del nostro cervello. Questa cosa sembrava farci piacere, perché lasciava intendere che, se con una così piccola percentuale in uso, gli esseri umani erano capaci di fre tante cose, cosa saremmo stati capaci di fare se imparavamo ad usare meglio (e di più) il nostro cerebro? Ammesso che la percentuale del cervello usata fosse davvero quella, oggi é ancora così?
Quando gli esseri umani si muovevano coi cavalli o a piedi,la possibilità di esplorare il mondo intorno a se era limitata alla conoscenza di ciò che li circondava. se un uomo nasceva tra le cime dei monti non poteva immaginare altro che cime innevate e sognare un paio di sci ed altrettano non poteva essere per chi nasceva sui bordi del mare.. Ma oggi noi non conosciamo più solo quello che ci circonda, i nostri paesaggi non sono più popolati di solo le betulle e delle querce, nei nostri pensieri abbiamo inserito i ricordi di come sono fatte le savane ed i baobab, sappiamo che in quei nostri ricordi c’è la coscienza che in quei posti potremmo incontrare leoni e serpenti pericolosi per la nostra sopravvivenza e siamo pronti a scappare se sentiamo un ruggito. I nostri pensieri sono veri, uguali a quelli di chi ci vive li perchè ci siamo immersi per tante volte in quei documentari osservati su oled tv, ascoltanto i suoni con l’home theatre e le sensazioni provate sono pari ad essere li tra le erbe secche mentre un serpente si avvicinava a noi strisciando. Abbiamo assistito in presa diretta, attraverso le telecamere posti sugli sci di un esploratore dei ghiacci canadesi o di un discesista di libera o di slalom, mentre siamo stesi sul divano, cerchiamo di evitare i paletti che delimitano la pista. Abbiamo nei nostri ricordi le immagini delle partenze di tutte le missioni scientifiche, musiche e canzoni in ogni lingua del mondo, abbiamo visto (attraverso immagini virtuali) le cascate del Niagara e attraversato deserti e foreste pluviali. Ormai il nostro cervello non sa più fare distinzione tra il vissuto reale o i ricordi virtuali.e quando incontri qualcuno non sai più se l’hai incontrato su un autobus o in un gioco di ruolo. Oggi sappiamo sparare tutti perchè tutti abbiamo provato ed imparato ad inquadrare un nemico attraverso il mirino di un’arma, dalla prima Atari in poi. Nessuno ha mai collegato la gran facilità con cui oggi in ogni parte del mondo si uccide, con l’apprendistato fatto da ognuno sulla play station o ad un computer, strano vero? Abbiamo ucciso tante volte virtualmente, il nostro nemico che via via ha assunto sempre una definizione migliore,fino ad assomigliare a quel rompiballe del vicino di cui gli avevamo dato il volto, che non so se ci renderemo conto quando spareremo all’originale invece dell’avatar…Faccio acquisti online ormai da anni, non conosco più chi mi vende la merce che ordino, per me é come se la comprassi dall’omino del furgone rosso che me la consegna, ed anche quell’omino mi sembra virtuale, coi loro furgoni tutti dello stesso colore assomigliano a Pat il postino dei cartoni animati. Anche nella vita reale (che io ormai non riesco più a distinguere) mi sembra che io sia ridotto ormai a quel pulcino giapponese che bisognava nutrire per far vivere; mi arriva la pensione sul conto alla posta (denaro che io non vedo e non tocco) faccio acquisti online e pago le mie spese, ed io sto in casa a passare le giornate tra il divano/televisione e microonde/lavastoviglie. In camera da letto c’è un robot che si occupa della polvere e si ricarica da solo, e materassi e cuscini che riprendono la loro forma da soli…Solo in garage mi sembra di tornare,per un poco,umano…quando costruisco un giocattolo al bimbo o un mobile a mia moglie, sego, inchiodo, avvito e scartavetro e vernicio. Allora mi sembra che che non sia cambiato niente; la segatura ha ancora lo stesso profumo…ma la vernice non più…é all’acqua

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2012 per questo blog.

Ecco un estratto:

The London Olympic Stadium is 53 meters high. This blog had about 580 visitors in 2012. If every visitor were a meter, this blog would be 11 times taller than the Olympic Stadium – not too shabby.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

Della fine del tempo e del calendario dei Maya, ne abbiamo parlato tutti. Ne abbiamo dato ogni interpretazione e poi li abbiamo macellati con ogni tipo di improperio e classificazione, ma che si possono riassumere in una sola parola: deficienti! Prima però abbiamo fatto tutti un pò di scongiuri, abbiamo pensato che forse, costruirsi un bunker ben rifornito, o (peccato non ce lo potevamo permettere) comprare una casa in quei piccoli e sconosciuti comuni agresti, Francia o Italia che fosse, non sarebbe stato male anzi, abbiamo tifato per loro, ci è sembrato giusto che se proprio un posto del nostro mondo dovesse essere risparmiato dalla fine, questo fosse una nicchia bucolica e non una grande città, pià adatta ad un cataclisma. Abbiamo rivisto le scene di “The Day After Now” molte volte e con quelle nella mente abbiamo interpretato il calendario dei Maya. Qualcuno in verità ci aveva detto che i Maya intendevano “la fine di un ciclo del tempo” e non del mondo, ma noi, condizionati degli tsunami e dai terremoti abbiamo sospettato una catastrofe secondo tutti i sacri crismi, ci siamo persino preoccupati di un povero asteroide che ignaro viaggiava a qualche decine di migliaia di milioni di  km dalla nostra orbita. Quella distanza ci è sembrata, prima del 21 dicembre, una maledetta sparuta di metri. Solo dopo il 21, passata la preoccupazione, c’è sembrata una occasione sprecata, il non essere riusciti a dare una occhiata da vicino al sasso…mah…. Allora, se il mondo non è finito ed i Maya avevano (secondo me) ragione com’è andata? Il fatto è che il tempo, inteso come fino ad ora lo abbiamo vissuto, non esiste più. Ma và?… e dov’è andato?  Da nessuna parte. Il tempo prima veniva dal passato ed andava verso il futuro. Ieri oggi e domani erano ben chiari nella testa della gente, ora non più. Certo non è finito proprio il 21 dicembre, impiegheremo del tempo per rendercene conto e trovarci d’accordo, ma i Maya dovevano dare pure un momento focale per farci riflettere e…visto che alcuni giorni più tardi saremmo stati tutti presi dalla preparazione del pasto di natale e poi con la fine dell’anno, ci hanno presi in una data in cui eravamo abbastanza liberi, perciò ci hanno detto il 21. Però, io non ho ancora spiegato perchè credo che abbiano avuto ragione. L’ho scoperto solo questa notte scorso: Stavo chiacchierando (ma se stavo scambiando dei messaggi con degli amici, scrivevo su fb, posso dire che chiacchieravo con loro?) uno era ad Avigliana, vicino a me, una in Australia, l’altra era in Sudafrica e poi c’era la commessa di una wholesale (vendita all’ingrosso) in Cina, tutti mi facevano i complimenti per i miei nipoti e figlio, dissi la mia età ad un certo punto e l’amica dal Sudafrica e Antonio di Avigliana mi fecero all’unisono gli auguri di buon compleanno, non era ancora la mezzanotte del 27, io nacqui il 28 (un pò in anticipo…) ma due secondi dopo, appena tradotto il messaggio, anche la mia amica dall’Australia e la gentilissima commessa cinese, mi facevano gli auguri. ora prendete il mappamondo, guardate dove sono io,  il Sudafrica e poi la Cina e l’Australia. fusi orari enormi dividevano il tempo una volta, ma in quel momento per tutti noi era diventato il 28 dicembre, il mio compleanno era una realtà di paesi, lingue e giorni diversi. Ora io mi rendo conto che le banche, le borse, gli affari di tutto il mondo vengono trattati in tempo reale, ma che tempo è se in un posto sono le 17.. del giorno dopo, mentre da te è oggi e da un altro è ancora ieri? Dov’è il passato il presente ed il futuro se tutto avviene dappertutto allo stesso istante? Pensate un pò al fatto che fate una foto in Italia a qualcuno, in questo momento e la mettete su internet. In un posto leggeranno la data e l’ora e diranno l’ha fatta ieri, in Italia diranno l’ha appena fatta, in un altro paese diranno l’ha fatta domani(?!) e il tempo….dov’è in tutto questo il tempo? Aspettate che qualcuno ci lavori un pò su e vedrete che quest’idea prenderà il posto che merita. Viviamo in un mondo senza più tempo nè geografia. Non esistono più i posti, siamo tutti su FB. Uno Stato nuovo, di nessuno e di tutti. Virtuale? Un corno! virtuale è quello fuori di qui!

Immagine

Mia Madre ha nostalgia di meMia Madre ha nostalgia di me

Piangono, i figli, la carezza

della loro madre lontana,

Il calore della loro certezza.

Temono ora

che lei dimentichi

il clamore dei loro giochi sull’aia,

Le loro grida all’uscita di scuola,

Il sudore del loro lavoro.

Mentre lei – come ogni Madre Terra –

Ha nostalgia dei suoi figli migrati.

Come della pioggia.

Mamei mele îi este dor de mine

Regretā, fii, mîngîierile

Mamei lor îndeparte,

Caldura siguranţei lor.

Acum se tem

Ca i-a uitat

Zgomotul fâcut de jocurile lor in curte,

Strigatele lor la ieşirea de la scoalà,

Sudoarea muncii lor.

În timp ce ea, ca orice Plai Natal

Are nostalgia de fii sâi emigraţi.

Ca o ploaie.